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Intervista di Il Resto del Carlino

Baldini e un big anche sui libri

E' il primo reggiano ad ottenere il diploma di Tecnico di 4° livello Europeo: «E non mi fermo qui»

di Claudio Lavaggi

Torna a parlare solo d'atletica leggera, Stefano Baldini, e lo fa dall'alto del suo nuovo diploma di "Tecnico di 4° livello Europeo" ottenuto in settimana presso la Scuola dello Sport del Coni a Roma. Nel corso della sessione d'esami ha discusso un Project Work su: "Coaching e Leadership dei tecnici: attività di crescita nel nuovo modello tecnico della FIDAL". «Sì - dice Stefano - io credo che sia importante quello che si fa sul campo, ma anche studiare. Per questo, ottenuto il diploma d'istruttore e quello di allenatore, come c.t. azzurro ho potuto accedere a questo quarto livello, senza dimenticare che mi sono proprio oggi iscritto a quello di terzo, sui salti e prove multiple, che credo sia ricco per me di novità e dunque molto stimolante». Tornando al corso di quarto livello, che nessun reggiano ha nel proprio curriculum, eravate in molti? «Una quarantina, ma non era un corso d'atletica leggera e quindi c'erano bei nomi dello sport, come la velista Alessandra Sensini, il d.t. della vela Michele Marchesini e ancora la judoka Giulia Quintavalle». Lei dunque continua a studiare. «Certo, per mio sapere personale, perché sono commentatore in un grande network, perché devo gestire dei ragazzi e i loro tecnici, perché un domani potrei allenare io stesso. Questo diploma europeo giunge dopo un corso di management e un altro sulla direzione tecnica dei giovani». Giovani che le stanno dando ottime soddisfazioni. «Sì, c'è gran fermento e ottima collaborazione con i tecnici personali. Il mio invito è che collaborino i tecnici stessi, magari con allenamenti congiunti con atleti di città limitrofe». Ma non c'è il rischio che poi un atleta vada in altre società, come Ferrante Grasselli e Luca Ferretti alla Fratellanza Modena? «L'atleta cerca nuovi samoli anche negli allenamenti. L'importante è che restino i tecnici, perché di loro abbiamo bisogno in prospettiva».

Intervista a Linus su Gazzetta di Reggio

Linus: prima Baldini correva, ora è un uomo

A Rubiera per il decennale dell’oro olimpico anche il deejay, che racconta l’amicizia con il campione

RUBIERA. A poche ore dall’evento in paese si respira ancora un po’ dell’atmosfera gioiosa e felice del Baldini-day. E mentre il campione olimpico se ne va a spasso per il mercato con la famiglia, si iniziano a tirare le somme. Solo nei prossimi giorni si avranno le cifre ufficiali e si potrà sapere la quota che verrà destinata all’associazione Ascmad Prora, che servirà per la nuova gastroenterologia ed endoscopia digestiva dell’ospedale Santa Maria Nuova. E se Stefano Baldini è stato il protagonista assoluto della giornata di venerdì, il secondo posto spetta di diritto a Linus, uomo simbolo di Radio Deejay e amico di Stefano. Il direttore della storica radio è salito sul palco per presentare, insieme a Baldini, il libro “Sempre con le ali ai piedi”, che tra l’altro vede proprio in calce la sua prefazione. Baldini e Linus, con Davide Cassani, anche quest’anno saranno i protagonisti della trasmissione radiofonica “Deejay training center”.

Era impossibile mancare all’appuntamento con il decennale della medaglia olimpica di Baldini?

«Era impossibile – dichiara Linus – perché è come se fosse il mio decennale».

Cosa ricorda di quel giorno?

«Era come se l’avessi vinta io. Era una mia vittoria oltre a quella di un mio amico».

La vostra amicizia nasce prima o dopo l’oro di Atene?

«Ci conoscevamo già prima perché Stefano era stato ospite in radio. Io sono un maratoneta dell’ultima ora dal momento che ho iniziato a correre nel 2002. Amico allora era una parola grossa, lo siamo diventati con il tempo».

È venuto in radio un paio di volte e adesso non se ne liberà più...

«Non riesco più a mandarlo via – dice ridendo – ma se la cava molto bene».

Una scelta azzeccata?

«Assolutamente sì. Perché Stefano è molto bravo, basta ascoltarlo quando commenta i meeting di atletica o le olimpiadi. Lui è davvero preparato non solo sul suo sport, ma anche sugli altri. E la sua non è solo una conoscenza sportiva ma anche fisica. Non sempre chi smette di fare il professionista è poi altrettanto bravo a fare il commentatore».

Sta pensando al calcio?

«Brava».

Secondo lei come è cambiato Stefano Baldini in questi dieci anni?

«È diventato un uomo, mentre prima era solo un ragazzo che correva. Adesso, invece, fa correre l’azienda Baldini. Lavora molto e lo fa in modo concreto: non mi sembra che abbia subito traumi particolari con il passaggio dalla corsa alla vita reale».

Tutti gli riconoscono una grande modestia. La pensa così anche lei?

«Stefano è modesto esattamente come lo sono io: in realtà nessuno dei due lo è. O, meglio, siamo consapevoli. Abbiamo ricevuto una buona educazione dai genitori e non ostentiamo nulla, ma siamo entrambi consapevoli del nostro valore».

Venerdì ha firmato autografi per due ore sempre con il sorriso sulle labbra. Quanti altri lo avrebbero fatto?

«Quello è mestiere, è dovere. La gente che ti chiede l’autografo, in qualche modo sta contribuendo al tuo successo. Negarsi è veramente stupido e maleducato».

Molti sostengono che festeggiare il decennale di una vittoria olimpica significa che nel frattempo non è successo niente e che si è costretti a vivere di ricordi...

«Vero, ma non mi sembra questo il caso. Questa è una ricorrenza, una cifra tonda. Stesso giorno, stessi orari: era giusto celebrare l’anniversario».

Venerdì Baldini ha corso a meno di quattro minuti al chilometro: sarebbe riuscito a tenere il passo?

«Per carità, io sono scarso e pure un po’ acciaccato».

(Cristiana Filippini,gazzettadireggio.it)

Atene 2004, il ricordo di Fidal

Baldini, il verdetto di maratona

10 anni fa Stefano Baldini vinceva l'Olimpiade di Atene. Frammenti di memoria da quella 42,195 chilometri entrata nel mito sportivo.

di Giorgio Cimbrico

Stefano Baldini di dieci anni fa conduce a un bivio, a una decisione: meglio un aiku, una composizione poetica giapponese lunga un soffio, o il tentativo di un poema epico? Optiamo per il primo. 

Le bandiere al tramonto
scolpiscono un fregio panathenaiko

Perché quel che rimane impresso nella testa, nella coscienza, nel ricordo è quella muraglia di bandiere di tutto il mondo che sventolavano nello stadio di pietra antica, scaldata dal sole forte del pomeriggio popolato di cicale. Chi le agitava, non tifava, attendeva un verdetto assoluto, aspettava chi avrebbe vinto la maratona corsa dal tumulo dei caduti nello scontro senza quartiere contro i persiani alla piccola città in cui il gusto della discussione aveva partorito la democrazia. Le radici dell’Occidente. IL PERCORSO.

Tornare a quell’imbrunire, a quel precipitare nel buio nell’ultimo giorno dei Giochi, rischiarato dalle luci che Stefano iniziò a intravvedere nella sua ultima corvé, significa precipitarsi in un cocktail di sentimenti: brivido, commozione e l’affanno che prende davanti a un grande fatto: “Sarò capace di riprodurlo, di trasmettere almeno in parte quel che sto vivendo?”. E’ l’ansia da pagina bianca che ha colpito scrittori veri e solidi, ma anche i piccoli, trascurabili epigoni che devono riempire spazi espressi in righe, in moduli.

Nell’aiku lo stadio a ferro di cavallo è stato sbrigato con un sostantivo, fregio, e un aggettivo, panathenaiko: riportano ai marmi Elgin conservati al British Museum e da 200 anni oggetto di diatriba tra la Grecia e la Gran Bretagna. Stefano, quella sera, diventò il compagno in una delle innumerevoli visite a quelle opere immortali come le cantate di Bach, a quelle processioni di personaggi che procedono a piedi o montati su sbuffanti cavalcature dai muscoli guizzanti. In dieci anni la riconoscenza è immutata e il tempo non la intaccherà.(fidal.it)

Intervista su "Il Giornale"

Atene, Baldini, la maratona: un pezzo della nostra storia

(IlGiornale.it "vado di corsa", il blog di Antonio Ruzzo)

Difficile intervistare Stefano Baldini. Almeno per me. Difficile perchè, come mai mi capita, ho fatto fatica a tenere a bada quel tifoso che dieci anni fa mentre lui entrava nel Panatinaikò era praticamente in piedi su una scrivania della redazione con un altro paio di colleghi. E chi se la scorda più quella maratona?  Quando l’Italia vinse il mondiale con la banda  Bearzot fu Nando Martellini dal Bernabeu a incorniciare la storia ripetendo per tre volte quel “Campioni del mondo” che segnò la gioventù di molti. Quella domenica  29 agosto di dieci anni fa toccò invece a Franco Bragagna fermare un pezzo di leggenda sportiva azzurra con quel “bravo, bravo, bravo” che ancora oggi fa venire la pelle d’oca. Stefano Baldini e la maratona perfetta. Perchè per un maratoneta nulla può chiedere di più alla sua vita se non vincere la maratona olimpica ad Atene. Dieci anni sono passati. E sembra ieri, l’emozione è ancora viva.  Tant’è che domani a Rubiera Baldini correrà una dieci chilometri che doveva essere una sgambata con qualche suo amico ed invece saranno in più di duemila a festeggiare, a ricordare, a celebrare. Anche se chiacchierando capisci che  “celebrare” non dev’essere tra i verbi che preferisce il Dio di maratona, come lò chiamò la Gazzetta. La sua medaglia è in una cassetta di sicurezza in banca. E là resta. Stefano Baldini è invece un uomo che vive del presente. Che guarda avanti e e pensa più a ciò che sta per fare che a ciò che ha fatto. Commenti in tv, Sky, un nuovo libro, la trasmissione di Radio deejay con Linus e Cassani ma soprattutto la nazionale. E’ il direttore tecnico della settore giovanile della Fidal e si occupa di tutto dalla preparazione, alla gestione degli eventi e del budget.  Un ruolo di primissimo piano affidato a chi da atleta ha avuto un ruolo di primissimo piano. Che tradotto significa che i giovani dell’atletica azzurra sono in ottime mani. Lo senti parlare e ti accorgi  che Atene c’è, c’è sempre  però è lontana. E’ cosa fatta. Ti accorgi che sta pensando in avanti, ha già passato il chilometro trentacinque e si avvia verso nuovi traguardi. Il maratoneta che ha fatto innamorare gli italiani della maratona ora è il pefetto manager di se stesso. Essenziale, lucido, preciso, determinato proprio come quando correva. Proprio come quando affiancò Vanderlei Lima da Silva dopo il sottopasso a 5 chilometri dall’arrivo. E allora Atene torna.  Torna il sogno. Torna la pelle d’oca per un’emozione ” che non si immaginava di raccontare” e invece è diventata un pezzo di storia. Della storia di molti di noi.

Stefano Baldini, dov’è la medaglia della maratona di Atene?
«In banca, in una cassetta di sicurezza…».


Lo sa che è un pezzo di storia dello sport azzurro?
«Sì me ne sono reso conto anche se forse ho realizzato dopo».


Una sera d’estate di 10 anni fa, il suo ingresso nello stadio Panatinaikò, un’Italia che improvvisamente si innamora della maratona. Che effetto fa?
«È una magia che continua. E dire che la mia gara doveva essere quella delle olimpiadi di Sidney, quattro anni prima. Ci arrivai preparatissimo poi un mese prima del via una frattura da stress fece saltare tutto. Credevo fosse finita. Ma c’era Atene. Correre la maratona olimpica ad Atene per un maratoneta è il sogno della vita. In quegli anni credo di averci pensato ogni volta che mi allenavo, praticamente ogni giorno…».


E il sogno come finiva?
“Finiva come è finito…».
Con il “Bravo, bravo, bravo!” di Franco Bragagna telecronista Rai che incorniciò per sempre quella vittoria.

Quante volte l’ha rivisto quel trionfo?
«Almeno un centinaio. La telecronaca Rai, quella di Eurosport per godermi corsa e commenti. Poi negli anni ogni volta che sono andato ad insegnare in una scuola, a un convegno, a una presentazione».


E qual è la sensazione?
«Sempre una bella sensazione…».
Si torna là, in quel sottopassaggio a 5 chilometri dal traguardo, quando i fari delle auto della giuria illuminarono davanti a lei il brasiliano Da Silva…
«Si, lì sinceramente ho capito che avrei vinto. L’americano Keflezighi aveva ceduto e io vedevo Vanderlei sempre più vicino. Avevo ancora un bel margine di energie, sapevo che avrei potuto correre quei chilometri senza abbassare il ritmo…».


Gli ultimi chilometri, la linea blu della maratona sull’asfalto, Atene…È più tornato su quei passi?
«Si una volta in autobus per la celebrazione dei 2500 anni della battaglia di Maratona e un’altra in mountain bike commentando una gara. Ma nel 2005 sono tornato per fatti miei, da solo. E una mattina ho corso gli ultimi 12 chilometri fino all’arrivo…».


La sua leggenda che venerdì rivive a Rubiera. Voleva ricordarla correndo una 10 chilometri con qualche amico e invece vi ritroverete in 2mila…
“Sì, tutto vero. Voleva essere un semplice allenamento e invece abbiamo dovuto chiudere le iscrizioni. Sinceramente non volevo celebrare Atene ma alla fine è giusto così..».


Scusi, perché?
«Perché preferisco concentrarmi sul Baldini di oggi. Ciò che è stato resta, ciò che devo ancora fare mi dà entusiamo…».


E oggi cosa fa la medaglia olimpica di Atene?
«Sono il direttore tecnico del settore giovanile della Fidal, la federazione italiana di atletica. Un ruolo che mi occupa a tempo pieno…».


Ha nelle mani l’atletica che sarà?
«Sì è un ruolo importante. Tra l’altro proprio in questi giorni abbiamo vinto in Cina due medaglie d’argento e una di bronzo alle olimpiadi giovanili. Che è un po’ esagerato chiamare olimpiadi però sono un bel banco di prova…».


Ma non solo atletica…
«Sì non solo atletica anche se poi alla fine tutto gira intorno a lì. Mi ha esaltato l’esperienza di commentatore delle olimpiadi di Londra con Sky e mi sta esaltando la trasmissione che con Enervit seguo con Linus e Cassani su Radio Deejay. Un’ora di telefonate, consigli, aneddoti sullo sport di fatica. E ci seguono in tanti perché ormai maratona, granfondo ciclistiche, triathlon stanno diventando sport popolari..».


Merito anche suo che per anni è stato “il maratoneta” azzurro. Poi qualche settimana fa agli Europei di Zurigo è arrivato Daniele Meucci. Un passaggio di testimone..
«Sì finalmente… Avevo paura di dovermi rassegnare a fare il maratoneta azzurro fino a settant’anni. Bene così. Daniele è forte ed è il segnale concreto che la tradizione azzurra di maratona continua…».


Lei intanto però continua a correre, non si sa mai…
«No io ora corro solo per star bene. Quattro o cinque volte la settimana per 10-15 chilometri. Meglio se con qualche amico. Ma soprattutto senza orologio, tempi e stress. In questo senso Atene è lontana…».

Intervista su "Il Fatto quotidiano"

Intervista a Stefano Baldini

L`oro Baldini: "Per correre 42 km servono testa e anni" di Elio Pirari

Atene domenica 29 agosto 2004, Maratona, ore 18, parte l'ultima gara della XXVIII Olimpiade moderna. I primi dieci chilometri sono in leggera discesa ma dal 18esimo si comincia a salire. Al chilometro 32 il dislivello è di 150 metri. A metà gara il brasiliano Vanderlei de Lima ha 15" di vantaggio su Stefano Baldini, Lee Bong Ju e José RÍOS. De Lima allunga, dalla soggettiva di un operatore tv si capisce che il brasiliano sta che è una bellezza, il suo vantaggio cresce, ora è di 28". Ma un evento imprevedibile capovolge la storia. Uno squilibrato in preda a estasi mistica, tale Cornelius Neil Horan, che tempo addietro aveva dichiarato guerra agli atei occupando il circuito di Silverstone, Bibbia alla mano trascina il maratoneta sudamericano oltre le transenne. La missione di Cornelius è divulgare il sacro ovunque, vada come vada, costi quel che costi. I greci, che oltre le transenne com'è noto avevano spostato molto prima della nascita di Cristo la quasi totalità dei concetti umani, laicamente si dichiarano neutrali e non intervengono. Vanderlei si divincola a fatica e riparte, ma all'ultimo sottopasso Baldini e Mebraton Keflezighi gli sono alle spalle, qualche metro e lo raggiungono. Baldini ne ha molto più degli altri, brucia De Lima, impietrisce Keflezighi, porta a casa l'ultimo oro a disposizione ed entra nei libri di storia. Stefano Baldini è stato il secondo italiano a vincere una maratona olimpica dopo Gelindo Bordin.

Baldini, cosa le passò per la testa negli ultimi chilometri? Dopo il corpo a corpo con De Lima gli ultimi quattro li corsi in perfetta solitudine. Cosa ricorda? Ho ricordi belli, quei quattro chilometri furono lunghissimi e troppo brevi, improvvisamente mi trovai faccia a faccia con la mia storia d'atleta. Pensai a quello che avevo fatto per arrivare fino a lì, alle prime campestri, alle gare scolastiche, ai Giochi della Gioventù. Nel 2004 ad Atene avevo 33 anni, ma venti di quelli li avevo già spesi correndo. Dal Dorando Pietri piangente al Bikila scalzo l'effetto non solo ottico della maratona è quello di un doloroso attraversamento del deserto. Non è così, non più. Oggi la maratona si vince in volata. E fai più fatica a seguirla dal divano di casa che a correrla, in gara devi pensare a un mucchio di cose, devi tessere strategie, marcare gli avversari, fare attenzione a dove metti i piedi. Chi corre per vincere alla fatica non ci pensa.

Cosa deve e cosa non deve fare un aspirante maratoneta? Deve rispettare le regole, allenarsi con grande volontà e buttarsi a capofitto nell'impresa. Nonostante tutte le schifezze, doping eccetera, lo sport è una sintesi di regole e non fa prigionieri, chi sballa prima o poi fallisce. Le regole vanno estese alla vita quotidiana, una buona alimentazione è fondamentale perché in vista delle competizioni bisogna saper recuperare. Com'è la dieta di un maratoneta? Una alimentazione equilibrata in carboidrati, proteine e grassi, 50, 30 e 20. Noi italiani siamo fortunati, il problema si pone quando andiamo a gareggiare in altri continenti. Il gesto tecnico della corsa non sembra poi così complicato. Non lo è, è naturale, semplice ma non banale, chi lo fa bene ha molte più possibilità di vincere.

Come si fa a capire se un ragazzo diventerà un buon mezzofondista, un centometrista o un maratoneta? Prima o poi si capisce, se sei un mezzofondista non puoi pensare di competeré sui cento metri piani. Qual è l'età migliore per cominciare? Non c'è, in atletica la specializzazione è tardiva, questo perché molti dei nostri ragazzi cominciano con altri sport. Del resto nella corsa prolungata i risultati migliori arrivano in età matura.

Il reclutamento come avviene? Attraverso le società sportive. E le federazioni, che ora si occupano direttamente delle scuole. Prima c'erano i Giochi della Gioventù, ora ci sono i Giochi Sportivi Studenteschi.

Da noi le società sportive funzionano? Benone. Sono radicate nel territorio. Ma non è il reclutamento di base il nostro problema, anche se gli sport di squadra sui giovani esercitano una forte attrazione.

Perché il presidente Fidal Giomii ha definito l'atletica italiana "da parrocchia", cosa voleva dire? Voleva dire che da qualche anno ci siamo chiusi in noi stessi, oltre confine risultiamo inadeguati e ci sembra di scalare le montagne, più in generale questo spaesamento coinvolge un po' tutti i ragazzi italiani, per quanto ci riguarda in Fidai stiamo provando a rimediare.

Lei è il direttore del settore giovanile, chi è un buon maestro? Quello che trova un metodo efficace per farsi capire, che non deve ripetere due volte la stessa cosa e che riesce a stabilire un rapporto di complicità con gli atleti.

Lei a che età ha cominciato? A dieci anni, per gioco, correndo dietro ai fratelli, mi piacque subito.

Doveva correre molto, tra fratelli e sorelle siete un esercito. Undici, ho cinque fratelli e cinque sorelle.

Lei è di Casteinuovo di Sotto. I miei hanno un'azienda agricola, produciamo latte per il Parmigiano Reggiano, ho fatto una vita in azienda. Mi è servito, non è retorica.

Perché non ha pensato di fare il calciatore? Ci ho provato ma non ero granché. Eppoi a me piace fare di testa mia, decidere da solo, gli sport di squadra non mi hanno mai suggestionato troppo.

Dal mezzofondo è passato al fondo, poi alla maratona, una scelta tattica, strategica? Per qualche motivo sì, non si diventa buoni maratoneti a vent'anni.

Qual è la maratona più bella del mondo? Londra, poi New York, Parigi, Tokio.

Roma? Roma ha un grande fascino, è la più romantica, ma per competeré con le altre deve darsi una sistemata, c'è ancora molto da fare.

Chi è stato il più grande maratoneta di tutti i tempi? Bikila, lui ha segnato il passaggio dall'atleta affaticato a quello che ha deciso di far faticare gli altri, Bikila è stato il primo grande maratoneta dell'era moderna, un fantastico fuoriclasse. Bikila correva scalzo... Dalle sue parti ancora oggi corrono quasi tutti scalzi. Ah, perché? Non per scelta tecnica, forse stiamo parlando di una non scelta, molti di loro le scarpe non possono ancora permettersele.

Tv e media vi aiutano? L'interesse per l'atletica negli ultimi anni ha subito un ridimensionamento generale. Ai primissimi piani il nostro è uno sport brillante, coinvolgente e molto televisivo òà certo non possiamo sognare il pubblico e l'audience del calcio, noi italiani poi non ne parliamo, siamo capaci di restare incollati al video per seguire partite agghiaccianti. Ma è vero che noi dell'atletica non siamo grandi venditori, anche qui c'è da lavorare.

 

Stefano Baldini viene da una famiglia di undici fratelli. Oltre alla medaglia d'oro alle Olimpiadi di Atene, è primatista italiano della maratona (2.07.22). Stefano non è l'unico in famiglia a correre: il suo fratello maggiore Marco ha un personale di 2.16.32 sulla stessa distanza. E la moglie-l'ex atleta azzurra Vima De Angeli è nella top ten delle migliori prestazioni italiane di tutti i tempi in quattro spedalità: 100m, 200m, 400m e 400m ostacoli.

COSE DA FARE

RISPETTARE LE REGOLE La disciplina va estesa alla vita di ogni giorno.

USARE LA TESTA Chi corre per vincere deve tessere strategie, marcare gli avversari SCEGLIERE UN BUON MAESTRO Serve una persona che sappia entrare in complicità con gli atleti.

COSE NIENTE SCHIFEZZE E DOPING Chi sballa primo o poi fallisce.

MANGIARE MALE La buona alimentazione aiuta a recuperare. Un regime equilibrato prevede proteine, carboidrati e grassi.

CORRERE MALE La corsa è un gesto naturale, non banale. Muoversi bene è essenziale.

Meucci campione d'Europa, i consigli di Stefano

Baldini: «Deve spendere meno e competere coi più forti»

L'OLIMPIONICO 2004 «PUÒ' BATTERE IN FRETTA IL MIO RECORD»

«Meucci è sulla buona strada: ora allenamenti sempre e soprattutto per la maratona» ZURIGO Stefano Baldini ha seguito la gara di Meucci dalla Toscana, in vacanza con la famiglia di ritorno da un periodo di lavoro in Brasile. «Sapevo che poteva farcela, perché ha grandi potenzialità - dice al telefono l'oro olimpico di Atene 2004 -. E poi il contesto degli Europei ti permette di gestire bene la prima parte di gara, quella più difficile». Quando ha capito che avrebbe vinto? «Quando ha lanciato l'attacco. Aveva un passo diverso dagli altri. E quando alle sue spalle è scoppiata la battaglia, anche se era in riserva, era già al sicuro». Dove può arrivare? «Spero che batta al più presto il mio primato italiano (2h07'22" del 2006 a Londra, ndr). Se farà le cose giuste, potrà arrivarci in fretta». E quali sono le scelte giuste? «Il suo obiettivo deve essere diventare competitivo anche in un contesto olimpico, fra due anni a Rio. Per il salto di qualità gli servono due o tré maratone di alto livello. Deve modificare la meccanica di corsa, renderla meno dispendiosa, abituare il suo organismo a bruciare più grassi che zuccheri». Allora deve abbandonare la pista? «Non del tutto, ma allenandosi sempre e soprattutto con l'obiettivo maratona. Io ai Mondiali '97 corsi in pista, come agli Europei 2002. La pista ti da velocità, sempre più importante nelle grandi maratone, ma la resistenza resta fondamentale. Deve correre al fianco dei più forti per affinare le sue sensazioni in gara». Non è un'operazione facile. «Per niente. Uno come Panetta, per esempio, sulla maratona non ha raggiunto i livelli dimostrati in pista. Passare alla maratona significa cambiare il motore, abbassare i giri, consumare meno. Meucci però dimostra di essere già sulla buona strada. Ma vorrei dire ancora una cosa...» Che cosa? «A Lalli. Non deve abbattersi per il ritiro. Per come l'ho visto muoversi, ha un grande potenziale sulla maratona che deve coltivare. Potrà levarsi grandi soddisfazioni». pa.m.(Gazzetta dello Sport)

 

IL CONSIGLIO DELL'EROE DI ATENE 2004

Baldini: Ti spiego come imitarmi «Puoi puntare all'oro olimpico, ma devi migliorare la meccanica di corsa

ZURIGO - II 29 agosto, alle 19.10, Stefano Baldini festeggerà nella sua Rubiera i 10 anni dall'oro olimpico di Atene, correndo una 10 km con un migliaio di fans. E' il giorno e l'ora della sua impresa del 2004. Oggi è il responsabile tecnico del settore giovanile Fidai («Siamo uscitia testa alta dai Mondiali junior di Eugene»). Dove può arrivare Meucci? «Finora è cresciuto atleticamente in condizioni favorevoli, in un ambiente famigliare molto positivo. Non gli pesa fare lunghi stage all'estero. Se resterà in salute può raggiungere qualsiasi traguardo». Anche l'oro olimpico come ha fatto lei e ancora prima Bordin? «Può arrivarci. Ma deve ancora mettere in cascina più maratone per arrivare a correre in 2h07, vale il mio record italiano (2h07:22 a Londra nel 2006, ndr). Lui ha Zurigo ha corso solo la terza maratona, ma un big normalmente deve arrivare a correre una decina di mara tone di alto livello e questo si ottiene tra la quarta e la quindicesima uscita sui 42 km». Ma il progresso registrato a Zurigo fa ben sperare. «In 10 anni è cresciuto molto, anche come mentalità, ma deve ancora migliorare la meccanica di corsa, deve essere più economico, abituare l'organismo a bruciare più grassi che zuccheri». E come? «Correndo almeno tré maratone veloci: gli servirà per incrementare la capacità organica e migliorare anche la meccanica. Ha detto che negli ultimi tré km a Zurigo era stanco, ma deve imparare a finire su ritmi veloci quando la concorrenza lo richiede. Oggi Daniele corre più da mezzofondista che da maratoneta». Ci faccia capire, lei ha seguito la corsa di Meucci in tv, come ha capito che la sua tecnica non è ancora fluida? «Le sue frequenze sono ancora troppo basse, così deve spingere muscolarmente. A occhio per fare 10 falcate impiega 6,5-7 secondi. Quando arriverà a 6-6,5 secondi consumerà anche meno in gara». hi cosa si differenzia da lei? «La struttura fisica è abbastanza simile. Lui però è più veloce e una muscolatura più potente della mia». Altrimenti non farebbe bene anche i 10.000. Dovrà continuare a farli? «Gli serviranno per mantenere velocità, visto che tante maratone ormai si vincono in volata. Ma dovrà correre in pista con la testa alla maratona». Però anche lei ogni tanto tradiva la maratona per la pista. «Sì, è vero. Li ho corsi ai Mondiali '97 e agli Europei 2002, ma sempre con la testa del maratoneta. La pista ti da velocità, la maratona resistenza». Magnani dice che Meucci percorre 190-200 Ion a settimana, privilegiando più la qualità che la quantità. E' d'accordo? «Direi di sì. I maratoneti moderni oggi girano su dosi di 200 km, ma è aumentata la qualità a scapito della quantità. E Meucci è tra questi. La velocità media in allenamento è salita a 3:40, non si corre più m 4:30 come si faceva negli anni 70 e 80. Io ero una via di mezzo, arrivavo anche a 250 km a settimana». Come si trova con il suo nuovo impegno tecnico coi giovani? « E' affascinante. Ci sono tanti talenti che vanno seguiti nella crescita. A me piace stare sul campo, troppo facile rimanere incollati sempre davanti a un computer. Ho voglia di incidere di più nella struttura tecnica federale. Ne parlerò con il presidente Giorni». f.fa.(Corriere dello Sport)

 

 

Da Corriere.it:”Buffon e gli altri sportivi, la passione per la finanza”

Il portiere della Juventus è socio di maggioranza della Zucchi. L’olimpionico Baldini ha una quota in Enervit

di Giacomo Ferrari

Dalla maglia numero uno, fra i pali di un campo di calcio, a proprietario di un marchio storico dell’imprenditoria italiana. Gianluigi Buffon, portiere della Juventus neo campione d’Italia e della nazionale azzurra, è diventato nel gennaio scorso il socio di maggioranza assoluta (con il 56,2% del capitale) della Zucchi. Lui è stato l’apripista. Ma gli sportivi che si avvicinano alla Borsa sono sempre più numerosi.

L’olimpionico

Fra i pochi che, dopo Buffon, hanno investito stabilmente in una società di Piazza Affari c’è per esempio il campione olimpionico Stefano Baldini, oro nella maratona ai giochi di Atene 2004. Non solo Baldini ha superato la soglia del 2% in Enervit (secondo le ultime rilevazioni al 2,003%), ma pochi giorni fa è stato cooptato nel consiglio di amministrazione della stessa società nota per gli integratori alimentari e quindi molto vicina all’ambiente dello sport. Non a caso, accanto all’azionista di maggioranza, la famiglia Sorbini, è presente Nerio Alessandri, il fondatore di Technogym, leader mondiale nelle attrezzature per palestre. Baldini è il quarto azionista di Enervit, ma soprattutto è diventato il primo atleta a raggiungere in Italia i vertici di una società quotata. Buffon, infatti, che aveva iniziato la sua scalata alla Zucchi nel 2010 prima di arrivare nel gennaio scorso a controllare saldamente la società, non fa parte del consiglio, avendo preferito delegare alcuni professionisti di sua fiducia. Non è escluso che, sulla scia di Baldini, decida in futuro (magari al termine della carriera sportiva) di scendere in campo in prima persona.

Le partecipazioni

Poi ci sono gli sportivi che con la Borsa hanno molta dimestichezza, pur non investendo somme importanti in una singola società. Impossibile individuarli dai documenti ufficiali: per la Consob l’obbligo di comunicazione riguarda soltanto gli azionisti che superano il 2% del capitale. Al di sotto di questa soglia la platea di calciatori e atleti di altri sport (molti i tennisti e i golfisti) che seguono quotidianamente la Borsa sarebbe comunque, secondo le indiscrezioni che circolano fra gli analisti, particolarmente folta. Senza contare chi, consigliato da esperti finanziari, si dedica al trading, senza transitare quindi sui libri soci. C’è infine chi, attaccate le scarpette al chiodo, ha fatto della Borsa la sua professione abituale. E’ il caso di Giampiero Marini, ex centrocampista dell’Inter che ha fatto parte della nazionale italiana guidata da Enzo Bearzot, vincitrice del mondiale del 1982 in Spagna. Ebbene, oggi Marini, che molti ricordano intento a studiare grafici e listini azionari negli intervalli degli allenamenti, quando gli altri si rilassavano giocando a carte, è un apprezzato broker finanziario.(corriere.it)

Intervista per Queenatletica

Abbiamo incontrato Stefano Baldini, che dopo una grande carriera sportiva ha deciso di intraprendere la via tecnica per risollevare le sorti dell’atletica giovanile italiana, divenendo responsabile nazionale. Dopo un anno abbondante in carica e in vista dell’importante appuntamento agonistico dei campionati mondiali juniores di Eugene proviamo a fare un po’ il punto della situazione, in prima battuta. Prima di lasciarvi alla lettura, sottolineiamo un passaggio chiave. Baldini non porterà allievi a Eugene (salvo eccezioni specificate sotto); allievi che avranno il clou stagionale nei trials di Baku (Azerbaigian) per entrare nella squadra europea per i Giochi giovanili di Nanchino.

Ciao Stefano e grazie per la tua disponibilità. Partiamo chiedendoti un bilancio di questo primo anno da responsabile tecnico del settore giovanile, e come ti sei calato in questo ruolo.

Prima di tutto devo dire che sono un dt nominato, non ho partecipato a nessuna campagna elettorale e mi sono messo a disposizione del mondo dell’atletica qualunque fosse il nuovo Consiglio Federale. Ringrazio Giomi per la fiducia e l’autonomia decisionale che ho avuto fino ad oggi. Il primo anno è stato molto impegnativo, anche perché ho voluto essere sempre presente in modo da capire meglio i vari meccanismi. Ero già nel giovanile come tutor dal 2010, ma la dt presuppone una responsabilità ben diversa. Tenere come vice Tonino Andreozzi mi ha dato una grossa mano perché conosce atleti, tecnici, dirigenti e impianti; in più gli uffici dell’area tecnica giovanile funzionano molto bene e abbiamo gestito anche più attività contemporaneamente con tempi ottimali. I risultati si sono visti sul campo: ho ereditato un settore che funzionava bene e a volte devo buttare acqua sul fuoco dell’entusiasmo come potete ben immaginare. In fondo….. anche se è un bell’impegno, mi diverto parecchio.

Come si svolge praticamente il tuo lavoro tecnico? Raccontaci un po’ la tua nuova vita atletica: come sono i rapporti con i ragazzi, in particolare?

Sto in ufficio a Roma da 2 a 4 giorni la settimana in base alle necessità, vado sui campi di gara 40 week end all’anno e sono in giro per raduni nazionali e regionali. Pc sempre acceso per mail e risultati, e telefono che suona spesso fanno il resto. I rapporti coi ragazzi sono ottimi, qualcuno mi vede “cattivo e severo”, ma voglio far capire loro che ci sono delle regole chiare e coerenti, che non ci sono pregiudizi ma solo scelte tecniche che qualcuno deve fare. Mi piace parlare con i tecnici e motivarli al confronto: i ragazzi escono dal sistema talento perché diventano senior, i tecnici invece rimangono e mi piacerebbe crescessero altri ragazzi di qualità. Spero di essere riuscito a smettere i panni del campione olimpico per pormi allo stesso livello dei miei interlocutori, per essere credibile e ascoltato. È un passo fondamentale.

Parliamo di Eugene: noi abbiamo compilato un elenco di atleti promettenti che potrebbero fare il minimo, con particolare enfasi ai più giovani e agli allievi. Vuoi commentarlo e semmai aggiungere qualche nome?

A questa età le cose cambiano a gran velocità, quindi è difficile fare nomi oggi. Una cosa deve essere chiara: non inseguiamo risultati a tutti i costi, ma solo la capacità di essere pronti e dare il meglio nell’occasione più importante. Il giovanile deve essere allenamento all’atletica vera, cioè fare esperienze, imparare a vincere e perdere, eseguire bene un gesto tecnico e farlo soprattutto quando conta di più. Gli allievi a fine maggio hanno i trials a Baku per i discussi Yog di Nanchino (Stefano si riferisce alle Olimpiadi giovanili in Cina, NdR): sarà una squadra di 35 ragazzi dei quali circa 12 si qualificheranno per entrare nella squadra europea che ad agosto andrà in Cina. Lo scorso anno per scelta nessun allievo, seppur col minimo, partecipò agli eurojuniores di Rieti. Quest’anno vorrei fare lo stesso per rispettare i tempi di crescita dei ragazzi: se ci saranno delle eccezioni è perché c’è un background internazionale consolidato oppure perché già da oggi il binomio tecnico/atleta ha fatto una programmazione diversa e non parteciperà alle gare di Baku. I Mondiali Junior sono una manifestazione tosta, non voglio portare degli allievi troppo avanti con i rischi che ne conseguono; ho già messo degli allievi in squadre juniores, ma in manifestazioni con un entry level più abbordabile.

Quali sono le prospettive di medaglia a Eugene? Cosa ti aspetti dalla trasferta? Ti sei prefissato degli obiettivi da raggiungere, qualcosa su cui ragionare a posteriori per capire se la spedizione è stata positiva?

Delle medaglie non mi importa molto, se vengono vanno benissimo ma sono più curioso di vedere realizzati all’Hayward Field tanti PB e SB e di conseguenza è la classifica a punti sui top 8 e top 16 che ci può dare più informazioni sul nostro valore. In più vorrei rivedere l’atteggiamento che ci ha contraddistinto nel 2013: facciamo squadra, gareggiamo, abbiamo rispetto per i compagni e alla fine possiamo anche cazzeggiare.

Passiamo ai criteri. Noi di QA abbiamo apprezzato molto il tuo tentativo di mettere nero su bianco alcune cose, e in particolare che la precedenza sia data a chi vince il titolo italiano. Finalmente un criterio oggettivo e senza discussioni. In caso di abbondanza noi però rimaniamo dell’idea che l’unico criterio accettabile siano i trials in data prestabilita, sia a livello giovanile che a livello assoluto. Questo anche per dare un messaggio chiaro ai nostri giovani: in atletica fa strada chi merita e non chi viene favorito (come accaduto qualche volta in passato). Cosa ne pensi?

Coi giovani ci vuole equilibrio, avremo poche specialità con più di 2 atleti col minimo. I criteri attuali di fatto sono al 50% trials: con 2 posti disponibili per il mondiale dire che il campione italiano (col minimo) va di diritto pure se ha la quarta misura in Italia è un bel banco di prova per tutti. Per me così è il meglio, tenete conto che a giugno la maggior parte dei nostri è sotto esami e questo va considerato.

Una parola sul reclutamento, o meglio sul mantenimento dei talenti. Visto e considerato che i più bravi già a in giovane età vengono presi dai gruppi sportivi, non credi che la federazione debba quindi a maggior ragione, aiutare e supportare chi questa chance non l’ha ancora avuta, ma promette comunque bene?

Il progetto Under 23 serve anche a questo: 80 ragazzi che non fanno parte dei Gs che hanno già fatto due periodi di lavoro insieme da inizio anno e che avranno nei 7 meeting italiani principali delle gare a loro dedicate. I Gs arruolano poco e in futuro probabilmente ancora meno: vogliamo iniziare a far passare il messaggio che si può fare un’ottima atletica anche senza entrare in un Gs? Anche allenandoti 8 volte la settimana mentre frequenti l’università? Che si può entrare e fare il pro anche a 26 anni? Poi è chiaro che è difficile, ma chi ce l’ha in Europa un sistema come il nostro?

Chiudiamo con una finestra sui giovanissimi: c’è qualcuno che segui con particolare attenzione nelle categorie pre-juniores (allievi e cadetti)? Ti senti di sbilanciarti su qualche grosso talento, sia per doti che per carattere? Noi qualche nome l’abbiamo fatto…

Figurati se faccio nomi, ci siete già voi per questo (puoi dirlo forte, eheheh NdR). Di talenti ne abbiamo, ma chi è stato a Donetsk lo scorso anno o verrà a Eugene a luglio capirà che il resto del mondo ne ha ben più di noi. Se il confronto è l’Italia, siamo pieni di fenomeni, altrove siamo normali. Io penso che dobbiamo sempre avere la consapevolezza che l’atletica è domani, da senior, e che se è facile per un tecnico “giovane” portare un ragazzo a buoni risultati fino alla categoria juniores, dobbiamo anche avere l’umiltà di riconoscere che per fare il vero salto di qualità ci vuole sempre la voglia di confrontarci e imparare. Sta ai tecnici programmare bene, soprattutto con gli allievi che possono gareggiare molto e anche coi più grandi. Ma se gareggiano ogni fine settimana, quando li alleniamo come si deve? Bisogna fare le scelte giuste in funzione del bene dei ragazzi.

Grazie Stefano, se ti va lascia un saluto per i lettori di Queen Atletica, e ci vediamo sui campi!

Un saluto a tutti voi, siate critici, costruttivi e ricordate che la tastiera va bene ma non deve mai sostituire il confronto tecnico sul campo.

Intervista su Action Magazine

Quattro chiacchiere con Stefano Baldini (di Paola Pignatelli)

Alla vigilia della maratona di Milano, il trionfatore di Atene 2004 ha passato una serata nella sede del Road Runners Club. Per parlare con i soci di maratone e dintorni.

Un applauso infinito. È quello che ha accolto ieri sera Stefano Baldini all'ingresso nella sede della società podistica Road Runners Club di Milano, mentre sullo schermo correvano le immagini che tutti abbiamo negli occhi: quelle di lui che taglia per primo il traguardo alla maratona olimpica di Atene 2004.

Sono passati dieci anni, ma l'emozione è pronta a risvegliarsi. Oggi Stefano è allenatore Fidal, oltre che responsabile nazionale del settore giovanile di atletica leggera, autore di libri e testimonial di aziende come Asics e Enervit. Ma soprattutto è simpatico. E non ha sbagliato Walter Brambilla, uno dei massimi esperti italiani di atletica e già direttore della rivista La corsa, a invitarlo nella sede della maggiore società podistica milanese per un incontro con i soci. L'occasione perfetta per parlare di maratona e dintorni, proprio alla vigilia della 42 km di Milano. Ed è stato Brambilla, da tempo suo amico, a intervistarlo.

Alla maratona tu sei arrivato per gradi, dopo avere corso 5000, 10.000, cross... Come hai capito a un certo punto che eri pronto per il grande passo?

«Merito del mio primo allenatore, Emilio Benati. Lui aveva un azienda di automazioni industriali e il tempo risicato. Ha avuto il coraggio di tirarsi indietro e di affidarmi a Luciano Gigliotti. Un gesto generosissimo. In genere gli allenatori, quando hanno tra le mani un giovane talento, non se lo lasciano scappare. Gigliotti, che allora allenava Bordin, all'inizio non ne voleva sapere. Ma io sono meno rompiballe di Gelindo».

Com'è stato fare la prima maratona?

«Tosto. Gigliotti dopo la mia vittoria sui 10.000 in Coppa Europa aveva dichiarato ai giornalisti: questo vincerà le Olimpiadi. Così mi ha caricato sulle spalle uno zaino pesantissimo. Le prime maratone non mi sono piaciute. Non mi sono divertito. Invece la dimensione del divertimento è fondamentale».

Nel 2001 sei arrivato 3° in maratona ai mondiali di Edmonton; nel 2002 hai fatto il record italiano a Londra. E sempre lo stesso anno, Gigliotti ti ha fatto correre i 10.000 agli Europei di Monaco. Una gara stupenda, che hai perso nella volata arrivando quarto. Perchè questo cambio di campo?

«Non era stato un capriccio. Nelle gare importanti sbagliavo strategia, non riuscivo a tenere testa al cambio secco di ritmo degli africani. Il mio motore aveva bisogno di una “sgasata”. E poi la scelta di Monaco è stata giusta anche per un altro motivo: ormai mi ero fatto la bocca alle medaglie. E a volte c'è bisogno di ridimensionarsi per riprendere a salire».

E a proposito di strategie di gara, come te la sei giocata ad Atene 2004?

«All'inizio avevo i crampi, perchè la gara era piuttosto lenta. Nessuno aveva il coraggio di accelerare. Quando finalmente il ritmo è cambiato, i crampi mi sono passati. Per fortuna non mi sono accorto che il brasiliano Vanderlei Lima (in testa fino a quel momento di una trentina di secondi) era stato spintonato da un disturbatore ed era caduto a terra. Altrimenti questo avrebbe sicuramente disturbato la mia concentrazione. Poi negli ultimi chilometri, quando ho accelerato, ho cercato di non far vedere all'americano Mebrathom Keflezighi che avevo paura. E ce l'avevo davvero: gli Stati Uniti avevano promesso un premio pazzesco all'americano che fosse salito sul gradino più alto del podio. Ma non mi sono mai girato indietro per vedere se mi tallonava. Non volevo dargli l'impressioni che mi preoccupassi e fossi cotto».

E poi c'è stato il dopo-Atene. Cosa vuol dire ricominciare dopo un oro olimpico? Tu avevi 33 anni. Un'età “matura”, che forse ti esentava dai rischi che ha corso invece Alex Schwazer a 23...

«È vero, avevo 33 anni e non sono uscito di testa. Però quando sei più giovane hai tante possibilità in più dopo una vittoria del genere. Un'altra cosa che mi ha protetto dalle “sbandate” è che io ho sempre lavorato in gruppo. Non mi piace la solitudine. Invece Alex si è sempre allenato da solo, per parecchie ore al giorno. E se lavori solo, puoi andare alla deriva. Non si può correre soltanto per dare spiegazioni e risposte sui risultati, alla fine di ogni gara». 

Hai corso con tanti. Qual è l'atleta che hai nel cuore?

«L'etiope Haile Gebrselassie. È stato l'atleta più completo (forse solo un po' debole nel cross) oltre che un uomo molto alla mano».

La tua gara preferita?

«La maratona di Londra. Percorso bellissimo, organizzazione perfetta, pubblico caloroso».

E in Italia?

«In Italia mi piace la Stramilano. Ma le maratone sono troppe. In Inghilterra ne hanno quattro o cinque. Noi arriviamo a 60. Alla fine si gareggia troppo e male. Non a caso oggi nelle competizioni, una volta che è arrivato il gruppo di testa, passa mezz'ora prima di vedere qualcun altro. Manca la fascia di atleti che una volta segnava tempi tra le 2 ore e 20 e le 2 ore e 40. Le grandi città italiane poi non digeriscono gli eventi sportivi. Basta guardare i pannelli che avvertono gli automobilisti qui a Milano. Non dicono “Milanesi, domenica si corre la vostra maratona: andate a fare il tifo”. C'è scritto “Domenica maratona, possibili disagi”».

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Intervista su Corriere della Sera

Noi e l'oro: tutti di corsa dietro al campione.

In 14 mila con Stefano Baldini, primo alle Olimpiadi di Atene, in gara alla City Marathon.

Di Fabio Monti

Fra i 14.027 iscritti alla Suissegas Milano Marathon di domani (4.515 maratoneti; 9.512 staffettisti per 2.378 quartetti), c’è anche lui: Stefano Baldini. Anni 43 da compiere il 25 maggio, emiliano di Rubiera, provincia di Reggio Emilia, famiglia numerosissima (11 tra fratelli e sorelle), campione olimpico di maratona ad Atene 2004 (29 agosto), bi-campione europeo (1998 e 2006), due volte bronzo ai Mondiali (2001 e 2003), Baldini ha chiuso con l’agonismo a Barcellona 2010 e oggi è il d.t. dell’Italia dei giovani, di chi «sta imparando a fare atletica, perché è dopo i 19 anni che si comincia a fare sul serio».

La corsa resta la sua vita: si allena (quasi) ogni giorno, perché uno più professionale/ista di lui non si vedeva dai tempi di Mennea e a Milano è arrivato in largo anticipo. Con Baldini, in terza frazione, correranno Linus, in prima, il c.t. del ciclismo Davide Cassani in seconda e Massimiliano Gherardi della Virtus Cesena, che è stato selezionato fra gli ascoltatori di «Deejay Training Center», trasmissione di Radio Deejay, «pensata per chi lo sport lo fa».Giovedì sera, Baldini è stato protagonista di una bellissima serata nella sede del «Road Runners Club» Milano (via Canonica, a 200 metri dall’Arena), il club che «ha la mia stessa età, visto che siamo nati entrambi nel 1971».

Sollecitato dalle domande di Walter Brambilla, la coscienza storica dell’atletica italiana, Baldini ha ripercorso la sua carriera, davanti a un pubblico di maratoneti praticanti, partendo da quando a 14 anni correva già i 10 km su strada («il problema non è iniziare troppo presto, ma spremersi troppo») e dalla sua prima maratona, a Venezia, nel 1995, lui che veniva dalla pista: «Non ero del tutto soddisfatto e non è che l’idea di dedicarmi alla maratona mi rendesse particolarmente felice». Nel tempo, Baldini, che è diventato anche scrittore (tre libri, «ma forse mi fermo qui») e commentatore tv (i Giochi di Londra per Sky), ha deciso che la maratona è «la manifestazione sportiva più democratica».

Per vincere un’Olimpiade, sulla stessa strada di Fidippide (490 a. C.), Baldini ha dovuto abituarsi a correre in allenamento per 8.000 chilometri all’anno, divise in 540 sedute, con 160 giorni lontano da casa: «Avrò anche fatto fatica, ma è stato tutto magnifico, al punto che, se fosse dipeso da me, non avrei mai voluto smettere. Poi devi fare i conti con gli anni che passano ed è per questo che a 39 anni ho deciso di chiudere. Ho dato molto all’atletica, ma l’atletica mi ha dato moltissimo. Devo dire grazie ai miei due allenatori, a Emilio Benati, che mi ha lanciato e che poi mi aveva affidato alle cure di Lucio Gigliotti, il tecnico di Bordin, visto che lui doveva occuparsi della sua azienda».

Con Gigliotti, Baldini è esploso, attraverso un percorso di perfetta simbiosi fra il tecnico che sa e l’atleta che corre per passione, anche se poi lo sport gli ha cambiato la vita. Un’esperienza comune durata quindici anni con continue correzioni, come è giusto che avvenga per chi, come Gigliotti, ha dimostrato di essere un artigiano nel senso rinascimentale del termine, capace di modellare giorno dopo giorno l’atleta di enorme talento, scelto per portarlo in cima al mondo, così come aveva pronosticato nel 1996 al Mondiale di mezza maratona: «Vincerà l’oro della maratona al Giochi del 2000». Gigliotti ha sbagliato di quattro anni, ma non la previsione: «A Sydney avevo una microfrattura al bacino, sulla discesa iniziale mi sono rotto e ho dovuto fermarmi», ma quattro anni dopo ad Atene nessuno è stato in grado di superarlo nell’ultima gara dell’Olimpiade.

Baldini ha vinto molto, ma ha saputo accettare anche le sconfitte: «Ad Atlanta 1996, nei 10.000 olimpici, avevo dato tutto per qualificarmi e in finale, dopo i primi due giri in testa, sono arrivato ultimo. Non ero contento, ma ho capito che nello sport non sempre si può arrivare primi, ma questo non è un dramma se ti sei impegnato al massimo». Ed è un consiglio che Baldini ha voluto dare anche a chi (a qualsiasi età) domani correrà a Milano: «In Italia a chi fa la maratona si chiede sempre: sei stato a New York? E che tempo fai? Io penso invece che sia bello correre perché correre è bello, fa bene alla salute e allo spirito, regala magnifiche sensazioni, anche nei momenti in cui si soffre.

In giro per il mondo, c’è tanta gente che corre ovunque e in serenità, soltanto per divertirsi. In Italia si pensa solo all’agonismo, all’ossessione del tempo e non va bene». 
Così si è persa un’intera generazione di maratoneti di alto livello, tanto che domani il favorito per il titolo italiano è Danilo Goffi, che di anni ne ha 41 e mezzo e vinceva l’argento, alle spalle di Baldini, all’Europeo 1998: «Beato lui».(milano.corriere.it)

Argomento maratona su Gazzetta dello Sport

Maratona

Pure l'Italia nel gorgo dell'Europa

di Pierangelo Molinaro

Il c.t. Magnani e il suo vice Baldini spiegano cosa si fa per sfuggire alla crisi del continente

Domenica la Suisse Milano Marathon assegna il titolo italiano della maratona. Una decennio fa, con Stefano Baldini e non solo, su questa distanza dominavamo il mondo, ora il quadro è profondamente cambiato a livello planetario: stracomanda l'Africa, l'Europa è precipitata e l'Italia fatica a trovare interpreti di livello internazionale. Lo vediamo in tutto il panorama della strada e le distanze più lunghe della pista (5000, 10.000 e 3000 siepi).I numeri Le cifre sono strazianti. Se si prendono in esame le liste mondiali 2013 della maratona, alle spalle del leader Wilson Kipsang Kiprotich ci sono altri 50 keniani ed etiopi. Al 51° posto il primo non africano, il giapponese Kazuhiro Maeda (2h08'), il primo atleta con passaporto europeo, Abraham Kiprotich (Francia, 2h08'33”) è 75°, il primo europeo di nascita, l'ucraino Oleksandr Sitkovsky (2h09'14” a Firenze) è 108°. E il primo italiano? Daniele Meucci, che con il 2h12'03” del decimo posto di New York è 283 °.L'Europa Quest'anno senza Mondiali e Olimpiadi ci risparmieremo qualche legnata e la maratona di Milano servirà per definire i numeri 5 e 6 (con Meucci, Lalli, Pertile e Pellecchia già sicuri) della squadra che agli Europei di Zurigo (12/17 agosto) gareggerà per la Coppa Europa di specialità (4 risultati validi). «A Scaini e Goffi chiediamo un risultato inferiore alle 2h15'», spiega il c.t. azzurro Massimo Magnani che contesta lo stato di profonda crisi della corse resistente italiana.Speranze «Meno di una settimana fa, spiega il tecnico, la nostra squadra femminile si è piazzata quarta ai Mondiali di mezza maratona a Copenaghen. Se ci fosse stata anche Anna Incerti, atterrata da un'influenza nell'immediata vigilia, avremmo potuto salire sul podio. Una situazione simile non succedeva dal 1996. A livello femminile abbiamo una buona squadra, quella maschile per Zurigo la conoscete ed è praticamente fatta. In quella gara chiaramente punteremo su Lalli e Meucci, con Pertile che, grazie alla sua esperienza, li dovrebbe pilotare. Ma come settore tecnico siamo guardando sotto i nomi che conoscete, a caccia di giovani che stiamo seguendo nella loro preparazione e nella loro crescita. Qualche giovane c'è, il nostro compito è lasciare loro il tempo di crescere e di arrivare sulla distanza della maratona al momento giusto ».

Ma cosa c'è davvero dietro agli atleti che conosciamo? Stefano Baldini, lavora proprio su questa fascia e non nega il momento. «Tutte le federazioni europee soffrono degli stesso problemi, spiega Baldini che ieri sera ha parlato al Road Runners di Milano e domenica correrà nella staffetta Enervit for Anpil insieme a Linus e Cassani. Basta vedere la Spagna che dopo stagioni da protagonista fatica ora a trovare atleti di valore. Noi, dopo la generazione di Bordin, Pizzolato e Poli, abbiamo trovato i nati fra il 1971 ed il '74, fra cui ci sono anch'io, che hanno coperto la scena per quindici anni. Quello che stiamo vivendo è un periodo di transizione». Ma non è facile, e lo conferma sempre Baldini, che sta lavorando per allestire la nazionale che ci rappresenterà ai Mondiali juniores di Eugene: «Ho tanti ragazzi da scegliere per 800 e 1500 metri e nessuno per 5000 e 10.000. Il problema è più culturale che tecnico, la fatica non è più di moda e certe distanze spaventano. Ma a monte ci sono anche errori. Sono convinto che molti atleti e atlete sbaglino distanza, perché è finito il tempo dell'evoluzione allungando la distanza, oggi si deve subito partire dove si può emergere».(gazzetta dello sport)

Stefano parla di maratona su La Stampa

La primavera della maratona “Solo la strada dà certe emozioni”

Baldini fa le carte a una stagione speciale. A 10 anni dall'oro di Atene.

Di Giulia Zonca

Nella primavera delle maratone c'è chi cambia ritmo, chi ricorda, chi omaggia e chi si trasforma. In una sola stagione un frullato di sentimenti esposti per 42 km di fatica e speranze. La prossima settimana a Parigi Kenenisa Bekele, 2 ori olimpici nei 10000metri e uno nei 5000, esordisce sulla distanza e tra 15 giorni lo segue Mo Farah, re dei Giochi di Londra sulla pista. Il 21 aprile si corre a Boston a un anno dall'attentato che ha ucciso 3 persone e ne ha ferite più di duecento. Non è un mese qualsiasi per chi corre e serve un uomo speciale per raccontare rivoluzioni e passioni, uno capace di vincere, giusto 10 anni fa, la maratona più famosa di tutte, Atene 2004.

Stefano Baldini come vede il passaggio di Bekele e Farah dalla pista alla strada?

Percorsi diversi. Bekele ha già espresso il massimo in pista e ha chiuso un percorso. Farah avrebbe potuto migliorare i crono ma se ne è fregato e ha inseguito nuovi stimoli, forse ha inciso l'età: è un trentenne e avrà bisogno di esperienza in questo mondo prima di eccellere.

Qual'è l'aspetto più traumatico del passaggio?

Il cambio di sensazioni. In pista ti esalta la brillantezza, quando ti alleni per le lunghe distanze sei sempre stanco e no lo sai gestire subito.

Due abituati a sentirsi favoriti, pagheranno il fatto di avere avversari più forti?

Se non trovano il modo per evitare i confronti consumeranno troppe energie nervose ancora prima di partire.

Pronostici?

Vedo meglio Bekele, ha scelto una maratona più riparata ed era già fuori dalla mischia. Ha avuto tempo per prepararsi. E disintossicarsi. L'altro è l'uomo copertina della corsa di oggi e si butta nella gara più tosta, in casa, con i riflettori addosso.

Cosa spinge un atleta vincente a fare un salto nel buio?

La ricerca di motivazioni e per uno abituato allo stadio, la strada è esaltante. Respiri la città, senti il tifo ad un metro: ti arriva addosso, sulla pelle. Corri con gli amatori il che significa che alla partenza vibrano insieme le ambizioni di migliaia di persone. Poi magari qualcuno osa sedotto dagli sponsor e dalle offerte, ma spero che non sia il caso di campioni così. Anche perchè in quel caso sarebbe dura reggere il primo impatto. Non è quasi mai felice.

Lei lo ricorda?

Prima maratona a 24 anni, Venezia: la luce si è spenta. Al 36° km ero convinto di attaccare, al 37° ero senza benzina, tipico di chi ha appena lasciato la pista e non sa capire i limiti. Ci vuole solo coerenza, bisogna insistere.

Lei però è tornato indietro.

C'erano di mezzo delle Olimpiadi e mi hanno condizionato. Ho assaggiato la maratona nel 1995 e l'anno dopo c'era Atlanta, non ero pronto per la 42 km li e volevo gareggiare così l'ho fatto in pista. Forse è stato un errore.

Anche gli italiani aggiungono chilometri. Meucci e Lalli si sono buttati nella maratona.

Presto per capire: Lalli è spesso infortunato e gli acciacchi lo condizionano. Meucci mi sembra più pronto. Ma noi oggi siamo più forti con le donne.

La Federazione punta sulla maratona degli Europei di agosto. Legittimo?

Altrochè. A livello europeo dobbiamo fare risultati, soprattutto al femminile. Parliamo di ragazze che vanno molto veloci ma non sono più giovanissime. E' ora di prenderle le medaglie.

Il presidente Giomi ha definito l'atletica italiana “parrocchiale”: provocazione o fotografia?

Non sono d'accordo. Lui si lascia trasportare dal tifo, è appassionato e si fa coinvolgere, è questo il suo motore. Bisogna essere più distaccati: abbiamo fatto riforme importanti sul sistema tecnico e sul progetto under 23. Giusta o sbagliata abbiamo preso una direzione e bisogna vedere dove porta.

La maratona da non perdere questa primavera?

Londra per la concorrenza e Boston per l'emozione. Ci sarà molto più pubblico del solito, gli americani sono così: se li offendi reagiscono in massa. Sarà come la prima maratona di New York dopo l'11 settembre. Invidio gli italiani che saranno là perchè so che sarà da brividi.

Lei invece a 10 anni dall'oro di Atene dove corre?

In agosto faremo una gara-anniversario a casa mia, a Rubiera. Poi ho in programma un cortometraggio per rivivere il successo e la riedizione del libro che ho scritto dopo la vittoria. E nel decennale mi concedo New York. Non sono allenato ma ci sta.

10 anni dopo cosa è rimasto di quel giorno di gloria?

La soddisfazione di aver messo sulla strada tutto quello che avevo vissuto e imparato nelle 2 ore più importanti della mia carriera.

Lo sa che a Londra si è iscritto il prete che invase la strada ad Atene?

Ancora vuole correre? Del resto ha segnato quelle olimpiadi, è anche il suo anniversario.

Le difficoltà del post carriera: intervista di Famiglia Cristiana a Stefano

L’orlo di un baratro, un buco nero. È questo, prima di tutto, il ritiro per un atleta di vertice: un salto nel vuoto che fa paura e che il più delle volte, più o meno consciamente, si rimuove. Si spengono i riflettori e puf: buio. L’uomo prigioniero del campione che è stato si scopre impreparato alla vita di tutti. È così da sempre. Ora che i campioni sono stelle di un firmamento che brilla di luci amplificate in tutto il mondo molto di più. Ma il mondo dello sport ne parla mal volentieri, perché si tratta di ammettere, dopo il trionfo, il fallimento. 

Poi succede che in pochi giorni diventano di dominio pubblico storie di eroi decaduti: Ian Thorpe, l’imbattibile delle piscine, a neanche 32 anni se la vede con la depressione. Idem per Grant Hackett: stessa squadra, stessi trionfi, l'altra faccia dello stesso precipizio. Non basta: una ricerca svela che il 60% delle star Nba finisce sul lastrico a 5 anni dal ritiro. E un’altra del 2011 conferma che il 90% dei calciatori italiani affronta con disagio il post-agonismo. Numeri impressionanti.(di Elisa Chiari)

STEFANO BALDINI: "IO ERO PRONTO E CE L'HO FATTA".

Stefano Baldini ha avuto un percorso diverso: prima di fare il campione ha studiato e lavorato in azienda, facendo tesoro di tutte le esperienze avute. Oggi da dirigente del settore giovanile Fidal dice: "Dobbiamo crescere uomini e donne non solo campioni".

Stefano Baldini, che cantò a squarciagola l’inno con la corona d’alloro in testa ad Atene 2004, al termine della maratona più simbolica che la storia ricordi dopo l’originale del 490 a.C., è uno di quelli che ce l’hanno fatta: oggi è direttore tecnico del settore giovanile della Federatletica, testimonial di alcune aziende, voce radiofonica. Tutti ruoli figli del suo passato sportivo certo, ma anche di un percorso di vita insolito per un campione. 



Le va di raccontarlo? 
«Subito dopo il diploma di ragioneria, finito il servizio militare, mi sono congedato e sono stato assunto dalla Calcestruzzi Corradini, ditta che era ed è tuttora sponsor della mia società. Timbrare il cartellino mi ha  permesso di rendermi conto di che privilegi avevo facendo una vita di sport ad alto livello: dal 1992 al 1996 ho lavorato 28 ore a settimana, con permessi speciali per le gare. Lavoravo in amministrazione, ufficio clienti, mi occupavo della fatturazione dei nostri prodotti: materiali da costruzione». 



Quell’esperienza ha lasciato segni? 
«Sì, era un’azienda con un centinaio di dipendenti, avevo responsabilità e quell’esperienza ha inciso sulla mia vita con una doppia valenza: umana da un lato, perché mi ha fatto apprezzare davvero il privilegio della mia carriera sportiva;  professionale dall’altro, perché mi ha lasciato sempre la consapevolezza che lo sport non sarebbe durato tutta la vita e che quindi un giorno nel mondo del lavoro sarei dovuto rientrare. Sapevo di doverci arrivare pronto».



Si direbbe che nella media si pensi a quel momento meno di come ha fatto lei. E’ così?«E infatti oggi il ritiro del campione è uno dei problemi principali dello sport di livello medio-alto di tutte le specialità. Le esperienze che ho fatto mi sono servite, ho completato sul campo la mia formazione scolastica – seria non raccattata come un pezzo di carta qualsiasi ndr. -. Sono stati anni impegnativi in cui ho costruito le fondamenta per una carriera solida anche dal punto di vista mentale: la routine lavorativa ti aiuta a vivere meglio anche la routine sportiva, nella sua ripetitività. Se lo sport non è la sola cosa che fai, capisci che è bello andare via perché è bello tornare a casa».



Giusto ammettere che il suo è stato un percorso d’eccezione…«Oggi sarebbe più difficile fare un percorso così, ma io sono sempre stato preoccupatissimo del passaggio da una vita sportiva d’alto livello lunga a quello che sarebbe venuto dopo. Sono stato professionista a tempo pieno per una quindicina di anni, dai 25 ai 35, sono stato fuori molto dal mondo del lavoro. Avrei potuto tornare a fare l’amministrazione, il mio ufficio mi avrebbe ripreso, però avevo anche la consapevolezza di aver accumulato esperienze che avrebbero potuto aprirmi altre strade. Temevo, però, soprattutto l’impatto mentale di dover lasciare una vita che ami e ricominciare da zero».

Quanto ci ha messo? 
«Io pochissimo, perché ero allenato. Il fatto di aver già lavorato mi aveva avvantaggiato sul percorso che io mi auguro facciano tutti gli atleti giovani con cui oggi mi confronto: entrare nello sport professionistico che dura 10-15 anni a livello 1 e uscirne a livello 15, cresciuti da tutte le esperienze avute. Solo così potremo dire di aver formato, non solo campioni, ma uomini e donne». 



E invece di solito che succede? 
«Più lo sport è professionistico, più si vive chiusi in una bolla. Capita che escano come sono entrati, che a 35 anni siano ancora come a 18, senza aver imparato una lingua, incapaci anche solo di muoversi da soli perché li hanno sempre trasportati, da un albergo all’altro da uno stadio all’alto: uno spreco, e un problema che dobbiamo risolvere».

Stefano per Actionaid: articolo su Gazzetta dello Sport

Intervista su Runner's World di gennaio, parte 2

Tutto nuovo. Fin dal Verrazzano Narrows Bridge, il posto magico dove tutto origine. Anche quello, per molti versi una novità. “Stavolta ero in griglia come tutti gli altri, anche se ero nel gruppo blu, quello dei primi 1000. Ho capito cosa vuol dire aspettare un'ora e mezza prima del via e ho dovuto anche trovare un posto per fare pipì...Mi sono guardato tutti i preparativi, ho visto partire le donne, gli atleti disabili, poi i top runners che arrivano sempre cinque minuti prima del via. Come guardare un film, vedere “da fuori” quella che è stata la tua vita fino a pochi anni prima. Il bello della normalità. In gara, poi, ho riscoperto antiche sensazioni e anche capacità che evidentemente non sono ancora andate perdute perché non si cancellano del tutto con 3, 4 anni di inattività. Cose come la gestione delle salite e del percorso, o quella degli ultimi chilometri quando la benzina finisce. Ecco, certe sensazioni sono ancora lì, sottopelle, anche se so che un po' alla volta se ne andranno”. Non succederà per quella voglia di continuare a mettere uno dietro l'altro passi di corsa. Solo che sarà tutto più easy, dall'approccio all'arrivo sul traguardo. Più in sintonia con quel mondo amatoriale che Stefano non ha mai rinnegato né dimenticato. “Vengo da lì in fondo. Dalle gare su strada con i miei fratelli e sono sempre stato uno che accorcia le distanze piuttosto che allungarle. Mi piace il contatto con la gente e sento ancora l'affetto del popolo dei runners, anzi devo dire che per certi versi è più forte adesso. E vedere che le persone continuano a cercarmi, negli anni mi stupisce e mi piace, è una soddisfazione impagabile. Mi piace stare in mezzo ai corridori, ai maratoneti, gente normale che quasi sempre storie speciali da raccontarti. Rispondo volentieri alle domande anche se spesso, per forza di cose, le ho già sentite. Questo è un mondo in evoluzione e c'è sempre da imparare. Io voglio restarci dentro, mi do da fare per questo. Anche correre a New York e farlo in quel modo è stato un passo di questo percorso. Un passo da maratoneta anche se non è più quello di Atene. O forse sì; è sempre Stefano, ha soltanto ritmi più normali.

Un citì giovane per i giovani. Oggi Stefano Baldini è Direttore Tecnico del settore giovanile della nazionale italiana di atletica. Un impegno importante, che non riguarda semplicemente il mondo della cosa da cui proviene. C'è da seguire e possibilmente far crescere tutto movimento. “Tutti i ragazzi, e in tutte le specialità, fino ai 19 anni – dice; questo mi ha messo di fronte a un corso accelerato di aggiornamento: in 12 mesi ho imparato tanto e avuto belle soddisfazioni”. La stessa chiamata, il fatto che in Fidal si sia deciso di puntare su di lui per preparare il futuro della nostra atletica è una gratificazione. “Devo essere un addetto ai lavori nel vero senso della parola. Mi sono inserito in un settore che già funziona molto bene e devo alimentarlo gettando benzina sul fuoco delle motivazioni, tenendo bene a mente il focus, che è quello di formare i campioni di domani. L'obiettivo non è tanto il risultato di oggi ma tutto quello che a questi ragazzi possiamo insegnare. Dovranno essere pronti quando usciranno dal settore giovanile”. E questa è la vera sfida, in un movimento sportivo che proprio negli anni delicati del passaggio all'età adulta perde molti pezzi per strada non solo dell'atletica. “Il mondo è cambiato - continua Stefano - questi giovani hanno possibilità che noi ci sognavamo. Oggi le occasioni per loro si sono moltiplicate, nel bene e nel male. Diciamo che si fa più fatica a far fare loro fatica, ma è nostro compito dobbiamo essere bravi nello stimolarli. La realtà è che il messaggio che passa ai giorni nostri è categorico: o vinci o sei un coglione. Io voglio atleti che siano importanti anche quando non vincono. Che vengano al campo perché si divertono, perché sanno fare gruppo, perché magari domani diventeranno grandi tecnici, o genitori che porteranno i loro figli al campo, o bravi dirigenti. Lavoro per questo, stando molto attento perché so che quando dico qualcosa, quella ha un suo suo peso. Serve anche un po' di leggerezza per lavorare insieme e fare le cose al meglio. Sento che questa mia responsabilità è nata due secondi dopo che ho tagliato il traguardo di Atene. Li è cambiata la mia vita, e in qualche modo devo farci i conti sempre.

Il piacere di correre. “Non seguo programmi. Non più. Mi alleno 4/5 volte alla settimana, corro dai 10 ai 15 km, sempre in progressione. Sono diventato un fanatico dei progressivi”. E' il nuovo Stefano Baldini, quello che corre la New York City Marathon tra gli amatori evoluti, che non porta più con sé il cronometro, pur ammettendo che “qualcosa del passato c'è ancora, corro sempre sul piede dei 4' a km, e arrivo ancora a 3'30” senza faticare troppo” Però niente tabelle, tempi da rispettare, e se gli impegni di lavoro sono tanti o pesanti, si può anche rallentare il ritmo. “Ci sono stati periodi da un allenamento settimana, altri in cui riuscivo a fare una sgambata tutti i giorni. Non importa, non è un assillo. So che dovrei cercare di modulare gli allenamenti e che con gli anni la mia velocità di base peggiorerà inesorabilmente. Fa niente, a me va bene così, quel che ho dato ho dato. La verità è che a me piace correre anche soltanto per star bene, per poter mangiare di gusto, per stare in forma. E mi diverto come un ragazzino”.(Marco Tarozzi)

 

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