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Articolo su "Il Resto del Carlino"

"Noi sportivi puliti che non corriamo dietro ai quattrini"

Leo Turrini

«Faccio una premessa, banale ma doverosa: non bisogna mai generalizzare. Detto questo, ci sono ancora sport dove il business non uccide l’anima dei praticanti. Penso, ad esempio, alla mia atletica…».

Stefano Baldini è un simbolo. Reggiano di Castelnovo Sotto, residente a Rubiera, nel 2004 ha vinto l’oro olimpico più prestigioso: quello della maratona, ad Atene. Oggi è un ex, con passioni innocenti per il resto della vita. 

«Ho corso talmente tanto, ho accumulato talmente tanti chilometri, che lo sfizio dell’agonismo me lo sono proprio tolto — dice il quarantenne fuoriclasse della fatica —. Non ho rimpianti, sono in pace con me stesso. E adesso vado in bicicletta».

Sul serio?

«Sul serio. Recentemente ho partecipato alla Nove Colli. Ma capita di scoprire cose strane, che lasciano perplessi. Prendi questi grandi raduni di cicloamatori. Beh, ci credi che trovi chi si dopa anche a quel livello lì?».

Ci credo, ci credo.

«Insomma, secondo me qui siamo di fronte a una grande questione culturale. Che non comincia e non finisce con il calcio e con il ciclismo, tanto per essere chiari».

Cioè?

«Io detesto il ruolo del predicatore, non mi interessa salire in cattedra. Ma un esempio lo posso fare. Se tu prendi l’elenco degli azzurri dell’atletica leggera, ti accorgi che praticamente tutti sono iscritti all’università. Cioè non dedicano la loro vita in esclusiva alla disciplina che amano. Sanno che c’è qualcos’altro, oltre a una medaglia o a un contratto di sponsorizzazione».

Sì, ma nel calcio forse salvarsi è più difficile.

«Certo, ne sono consapevole. Nel pallone, se sei bravo, già quando arrivi ai 18 anni o anche prima ti piovono addosso montagne di quattrini. E diventa dura mantenere i piedi per terra».

Allora, come se ne esce?

«Dovremmo, tutti, recuperare i valori, quelli autentici. Uno comincia a rincorrere un pallone o a pedalare in sella a una bicicletta per la voglia di divertirsi, per spirito di competizione, eccetera. All’inizio, in un ragazzo non c’è mai la molla del quattrino facile…».

Ma resistere non è semplice.

«E infatti ti dicevo che la battaglia è culturale. Coinvolge le nostre famiglie, le nostre scuole. L’istruzione è fondamentale. Se come società rinunciamo a trasmettere il significato di valori veri, poi non ci dobbiamo stupire se qualcuno fa il furbo, se qualcuno per il denaro o per l’immagine è disposto a qualunque cosa».

Rischia di essere una battaglia di retroguardia.

«Sì sì, lo ammetto e lo so. Ma non è una sfida impossibile. Sul calcio oggi leggiamo tante cose in negativo, eppure non troppo tempo fa c’erano personaggi come Dino Zoff, come Giacinto Facchetti, come Gianni Rivera, come Sandro Mazzola. Campioni in campo e campioni fuori. Si diceva così, no».

Si diceva così, esatto.

«E allora ripartiamo da lì, da esempi così».

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