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Rassegna stampa di ieri

Un pò di articoli usciti sui giornali di ieri.

IL GIORNALE

Il mio vero oro? Vincere da vecchio.(di R.Signori)

Si può? Si può andarsene come quando fuori piove, ma senza aver la faccia grigia e l’umore inzuppato di nostalgia? Si può. Basta guardare la faccia di Stefano Baldini: non è uggiosa, com’era ieri il cielo di Milano. Non è vecchia, perché gli anni sono solo 39. E per un uomo rappresentano il raccolto della maturità. Non è annoiata. Perché i titoli di coda sono un resoconto di belle storie: 4 olimpiadi, un oro, due titoli europei, due bronzi mondiali. L’atleta si è fatto ben volere, l’uomo si è fortificato, lo sportivo non ha rimpianti... «Ho fatto quello che mi andava e raggiunto quello che ho inseguito». Stefano Baldini non ha inseguito la pensione d’atleta, certo, ma quella è un pedaggio della vita. Ieri si è ritrovato in un ristorante di Milano, con un bicchiere fra le mani, un foglietto in pugno, che voleva ricordargli qualcosa, microfoni sotto il naso e un ideale pennarello per disegnare il the end. Come sarà? Correndo, ovviamente. Sabato pomeriggio a Trento, dieci chilometri nel giro Al Sas, gara antica che compie più di cento anni e Baldini la considera nella storia di famiglia, avendola corsa 18 volte.

Niente male per un campione che quest’anno ha messo il fiocchetto a 30 anni di attività. E ora dice: «Ragazzi, ho finito. L’ho tirata lunga, lunghissima. Ma non avrei potuto diversamente: sono cresciuto a pane e gare. L’agonismo è la mia vita, non rimpiangerò tanto le corse, perché potrò sempre mettere le scarpe e correre. Ma l’agonismo, quello sì. Vorrei tornare indietro di dieci anni, per risentirmelo addosso».

Ieri Baldini aveva la voce squillante dei momenti belli e brutti, il marchio doc della sua terra: tieni alto il tono, tieni lontano il malumore. Suonatela e cantatela. E lui ancora una volta c’è riuscito. Ha recuperato il senso dell’essere personaggio e atleta. Il personaggio si è disegnato in modo totale dopo il successo sull’ Olimpiade di Atene. Un oro a 33 anni, nella terra promessa per qualunque maratoneta olimpico. «Forse non è stato un caso che la mia storia azzurra sia cominciata ad Atene con i giochi del Mediterraneo». Già, e sappiamo com’è finita. Baldini ci lascia con una rivelazione. «Dopo Atene il mondo è cambiato, sono rimasto impressionato dalla popolarità. Mi ha condizionato in tutto, sono riuscito a contenere l’onda d’urto di 5-6 mesi di stress solo perché avevo 33 anni. Ecco, questo è il segreto: se gli anni fossero stati 23 non ce l’avrei fatta. É uno stress che auguro a tutti, ma è meglio vincere quando sei più vecchio».

Lungo cammino, racconta di 180mila km di corsa («Ma a partire dal 1990, prima non ho contato»), almeno ottomila all’anno, collaborazione fortunata con tanti ct, presidenti, due angeli custodi, prima Emilio Benati, poi Lucio Gigliotti, l’uomo che portò anche Bordin all’oro olimpico e oggi ammette: «Baldini è stato più grande di Gelindo, perchè durato di più». Gigliotti decise che Baldini avrebbe vinto la maratona dei Giochi di Sydney. Sbagliò di quattro anni. Baldini la racconta con sollievo. «Pensai che non c’era più tempo da attendere nel 1996, dopo le Olimpiadi di Atlanta dove corsi in pista. Fu l’anno chiave. E Gigliotti mi caricò di un bel peso quando disse: abbiamo l’erede di Bordin, l’uomo che vincerà i Giochi di Sydney. Poi mi feci male appena prima delle Olimpiadi...».

C’è tanto da correre quando ti dicono che sei un predestinato. Anche dietro alle proprie aspirazioni. «É il carico più pesante. Uno zaino pesantissimo. E sbagli quando non accetti quel che ti capita. Per esempio, se quest’anno avessi accettato di sentirmi un comprimario agli europei di Barcellona, avrei ottenuto di più, perfino una medaglia». Dice: pazienza, non sarò ricordato per quest’ultima triste corsa finita con un ritiro. C’è di meglio nel resto. Comprese le sorprese. Baldini cominciò che gli africani erano una ipotesi di campioni. «Lo strapotere dell’Africa, invece, è stata una delle cose che più mi hanno colpito. Nel mezzofondo hanno preso il sopravvento su Europa e Usa. Oggi bisognerebbe che la Iaaf invertisse la tendenza: hanno investito tanto nello sviluppo dello sport africano, ora provino con noi».

L’Italia del mezzofondo sembra proprio un paese da terzo mondo. Baldini lavorerà con la federazione per stimolare e aiutare l’ambiente. Sa che non ci sono eredi, ma a tutti potrà regalare una certezza. «Mi sono stupito di me stesso: da ragazzo ero grintoso, però non pensavo di essere un vincente». Lo è stato. Qualcuno lo insegua.

 

Atleticaweek 

BALDINI CALA IL SIPARIO: "Una carriera al di là dei sogni" di C.Rizzi

Trent’anni. «E 180mila chilometri tra allenamenti e gare: quattro volte e mezzo l’Equatore». Tanto è stata lunga la carriera di Stefano Baldini, «da quella prima gara promozionale del Csi a Reggio Emilia nel 1980, cui partecipai sull’esempio dei miei fratelli più grandi». Da quella garetta al Giro al Sas, la competizione su strada in cartellone sabato a Trento (diretta Raisport 2 dalle 18.30) che avrà l’onore di chiudere la carriera del più forte maratoneta italiano di sempre assieme a Gelindo Bordin, nonché uno degli ultimi atleti di pelle bianca a sfidare con successo lo strapotere africano sulle orme di Fidippide. Atletica week l’ha intervistato per carpirne umori, sensazioni e progetti futuri.

Stefano, si chiude: perché proprio al Giro al Sas?

«Semplice: cercavo una gara su 10 km, internazionale, collaudata. E al Giro al Sas ho già vinto tre volte. Poi il presidente del comitato organizzatore è Gianni Demadonna, il mio manager storico, cui sono legato da un profondo rapporto non solo professionale ma anche di amicizia».

Cosa si prova a chiudere con 30 anni di corsa?

«Ogni giorno è un’emozione, non so ancora come arriverò a sabato. Lunedì ho vissuto una conferenza stampa a Milano davvero bella, dove c’erano tutte le persone importanti nella mia carriera e anche molti giornalisti che da sempre seguono la mia carriera: è stata l’occasione per ripercorrere la mia storia atletica. Ieri mattina poi la conferenza di presentazione della gara: altro momento toccante. Sono emozionato ma comunque sereno: è il momento giusto per smettere».

Non rimpiange forse di non aver chiuso prima?

«Sì, dovevo concludere dopo Pechino 2008, ma correre mi piace troppo e ho voluto continuare. A conti fatti comunque non cambia nulla. Mi sono tolto tutte le soddisfazioni che mi potevo togliere: la mia carriera è andata al di là di tutti i sogni che avevo da ragazzo».

A proposito della sua carriera, ci indichi tre momenti di svolta.

«Il primo è un po’ lontano nel tempo: la prima volta che andai al campo, nell’80, in macchina con i miei fratelli e di nascosto da mia madre. Avevo nove anni, l’età che ha ora mia figlia Alessia. Il secondo nel 1991, quando incontrai Luciano “Lucio” Gigliotti, che mi instradò tecnicamente verso il Baldini conosciuto poi dal grande pubblico. Il terzo il 29 agosto 2004: Atene, oro olimpico in maratona nello stadio Panathinaiko. Un momento che mi accompagnerà per sempre».

Sua figlia Alessia ha già provato con lo sport?

«Sì, ne ha già provati diversi, tra cui il nuoto e la danza. Ora sta seguendo un corso di atletica con la sua classe di scuola primaria e non disdegna il salto in lungo: è stata una sua scelta, io non voglio influenzarla per nulla».

Ora cosa farà Stefano Baldini?

«Fino a novembre non avrò un week end libero: sarò impegnato come testimonial di aziende del settore, soprattutto l’Asics, e dell’agenzia viaggi “Born to run”, con cui farò anche l’accompagnatore alla maratona di New York. E poi ho un ruolo nel “progetto Tutor” della Fidal».

Ci racconti nei dettagli il suo mestiere di tutor.

«Seguo alcuni talenti nelle categorie Allievi e Juniores: cerco di motivarli e di far sì che non smettano, visto che la loro è un’età critica. Quest’anno ne ho conosciuti sei: le marciatrici Antonella Palmisano, Anna Clemente (che è pure una grande mezzofondista, ndr) e Massimo Stano, il mezzofondista Andrea Sanguinetti, la velocista Judy Ekeh Udochi, l’eptatleta Daria Derkach. Sono appena stato ai tricolori Allievi di Rieti a seguire da vicino la situazione: nel 2011 sarò tutor anche di altri ragazzi».

Possiamo immaginare un Baldini allenatore un giorno?

«Sì, ma non solo: voglio aggiornarmi a proposito di qualunque ruolo possa avere in futuro. Farò anche un master in Marketing e Comunicazione per farmi trovare pronto. La voglia di studiare non manca».

Il Baldini tecnico in pectore cosa vede nel futuro del mezzofondo azzurro?

«Dobbiamo migliorare e miglioreremo. In maratona manca la generazione dai 25 ai 30 anni. I talenti under 20 però ci sono e dobbiamo farli crescere. Oggi c’è una concorrenza enorme da parte degli africani, ma bisogna pensare in positivo: un europeo che emerge ha più possibilità di farsi notare, anche dal grande pubblico. Come Lemaitre nella velocità o l’americano Solinsky su 5000 e 10000».

Pensa già da tecnico ma anche da manager, Stefano Baldini. Ma ora sono discorsi da lasciare da parte. Sabato ci sono tanti amici da salutare, tante mani da stringere e magari qualche lacrima da versare. Au revoir, dio di Maratona.

  • Veronica

    Inserito alle 2010-10-07 15:44:55

    A me piace pensare che avremmo potuto incontrarci all\'Escalade 1987. Nel frattempo penso di aver percorso, diciamo, una volta il giro della terra, non scegliendo forse sempre gli itinerari più veloci... (come i sentieri del Napf domenica)

    Non posso ritenermi di fare questa gara, per chiudere la stagione d\'estate in montagna. Sarò prudente nelle discese per non compromettere il viaggio di fine mese (le mie piaghe non sono ancora guarite).

    Buona gara, buona fine di settimana, che sia a Trento una bella festa !

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  • Veronica

    Inserito alle 2010-10-08 08:46:09

    PS: mi dispiace questo nuovo infortunio.

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  • edwardbalbioni

    Inserito alle 2010-10-13 00:15:37

    Stefano,

    Congratulations on a wonderful career. You were always a great inspiration and an example of a great championship marathon runner. Your victory in Athens was an example of excellent tactics and courage.

    Enjoy your retirement.

    Edward (Ireland)

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