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Intervista su "La Stampa"

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''Se le gambe girano torno per gli Europei'' L'olimpionico della maratona: ''A fine anno decido''

di Giulia Zonca

Dallo sprofondo azzurro esce una strana idea: Stefano BALDINI pensa a un'altra maratona, gli ultimi 42 chilometri ai prossimi Europei, Barcellona 2010. Per il momento «il progetto si intitola utopia», come spiega lui che e' al mare con la figlia e a fine novembre prova una 15 chilometri in Australia per vedere l'effetto che fa. Ha chiuso con le Olimpiadi di Pechino solo che ora e' inquieto: «O tento di affrontare una grande competizione prima di smettere definitivamente con l'atletica o stavolta mi tocca trovare un lavoro. A meta' strada non ci posso stare». Le manca la fatica? «In questo anno di tregua ho faticato di piu'. Mi sono dedicato a distanze meno impegnative, 10 chilometri o giu' di li', solo che senza un obiettivo vero e' dura mettere le scarpe da corsa e uscire. Non e' stato un anno divertente, all'inizio ho riposato poi e' arrivata l'ansia. Mi serve uno stimolo e la testa mi direbbe di riprendere, purtroppo le gambe non sono troppo convinte. Non sono sicuro che la macchina possa rimettersi in moto». Quando lo capira'? «A fine anno tiro le somme. Il mio tecnico, Lucio Gigliotti, spinge per un altro giro di giostra e ci sono giorni in cui mi sveglio e dico: ce la posso fare. E' difficile, le sensazioni sono contraddittorie e in piu' ho 38 anni, per gli Europei ne avro' 39 e non ho intenzione di presentarmi a caso. In realta' la sola ipotesi di un mio rientro non e' un buon segno per l'Italia». Perche'? «Significa che non c'e' stato ricambio. Se esistesse una nuova generazione di atleti ci penserebbero loro a spazzarmi via, probabilmente dei campioni in arrivo mi avrebbero costretto persino a fermarmi prima dei Giochi 2008. Invece e' lo zero assoluto e quindi vale tutto. anche coltivare questo sogno». Un motivo per tornare e uno per smettere. «Agli Europei il ranking e' molto diverso dai Mondiali, e' un livello non impossibile per una buona figura se il fisico e' a posto. E siamo al contro, anzi ai contro: non esiste piu' una squadra italiana di maratoneti con cui lavorare, se la rimettessero in piedi sarebbe piu' semplice. E io avrei bisogno di finire bene due maratone perche' una servirebbe per qualificarmi». Il disastro azzurro ai Mondiali ha contribuito alla spinta? «No, a differenza di altri mi sono gia' spremuto per la nazionale. Mi dispiace molto che sia andata cosi', e' deprimente. Proprio da una chiacchierata con Alex Schwazer, la sera del suo ritiro dalla 50 km, e' nato il mio desiderio di passare un periodo di preparazione a Saluzzo, dove si allenano i marciatori. E' un posto ideale per rigenerarsi e capire qualcosa di piu'». Che deve fare l'Italia per tirarsi su? «Ora non ci si puo' piu' nascondere dietro la medaglia, bisogna tagliare i rami secchi. Dal punto di vista tecnico non siamo male, sento dire che non abbiamo esperti: bugie. Quelli che ci sono fanno gia' miracoli. Mancano i soldi? Usiamo la mentalita' manageriale. Facciamo come il rugby o il volley: due o tre sponsor sulla stessa maglia In questo sport, la regola e' che se ne puo' avere solo uno, cambiamola. Non si puo' stare a guardare».

     

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