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Made in Emilia Romagna su Gazzetta dello Sport

Made in Emilia Romagna. Storie di campioni.

Il mio Kenya, l'aria buona e i cappelletti

Stefano Baldini, il più grande maratoneta italiano, va indietro nel tempo quando “le nebbie in Padania erano toste e correndo quasi ti perdevi”. “Noi emiliani siamo gente allegra, che lavora. E mangia bene: mia mamma cucinava come per un albergo”.

Di Pierangelo Molinaro

Stefano Baldini, il più grande maratoneta italiano di sempre, oro olimpico nel 2004 sul leggendario percorso di Atene, parla con fierezza della sua Emilia. Quart'ultimo di 11 fratelli a Castelnuovo Sotto, nella parte settentrionale della provincia di Reggio Emilia, ha conosciuto tutto il buono della terra. Papà Tonino alleva mucche da latte per il Parmigiano Reggiano., il panorama era di infiniti prati d'erba per il foraggio e cereali. “Molti si sono chiesti perchè, nonostante tutto il correre che facessi, non soffrivo mai di anemia, né di allergie, recuperavo bene e avevo sempre un buon tono muscolare – racconta Stefano, ora c.t. della nazionale giovanile di atletica -. Il segreto era nell'aria buona e quello che mangiavo. Il latte proveniente dalla stalla, la carne di bestie che sapevi come le avevi allevate, la verdura e la frutta dell'orto. Sì, lo confesso, sono abituato ai cibi migliori. Colpa anche di mia madre, della sua pasta fatta in casa con le uova delle nostre galline, dei suoi cappelletti, degli arrosti. Anche se, quando eravamo a tavola tutti e 13 per lei era cucinare per un albergo. Se mettevi il salame sulla tavola per cominciare, ne servivano almeno tre. L'oro della terra, ma anche le nebbie della pianura Padana. “Adesso non ci sono più, ma quando correvo da ragazzo erano toste, quasi ti perdevi. Ma quello era il mio Kenya. Costeggiavo i canali e dopo dieci, dodici chilometri arrivavo al Po, la riva destra, quella meridionale. Una terra splendida, un'aria incredibilmente pulita. Me ne sono reso conto sino in fondo solo dopo, ci ero nato dentro e non me ne accorgevo. Penso alla cascina dove vivevamo: ancora si arriva solo con una strada bianca. Però quando la corsa per Baldini è diventata una cosa seria, è stato costretto ad emigrare. “A Rubiera, sempre provincia di Reggio, ma a due passi da Modena. Correvo per la Corradini, azienda locale di cementi per cui ho lavorato dal 1992 al '99. A Rubiera mi sono trasferito definitivamente nel 1999, quando mi sono sposato con Virna. E' diversa da Castelnuovo, più città, con incroci di autostrade, ma basta fare un chilometro e sei di nuovo in campagna. Quando il mio allenatore, Luciano Gigliotti, mi portava a fare i “lunghi” e correvo per 40 chilometri, riuscivo a rimanere anche 20 minuti senza vedere un'auto. Anche qui l'aria è pulitissima, il paesaggio bello, ma in questa terra durante la carriera difficilmente sono rimasto più di sei mesi l'anno, con i raduni e le gare. In inverno andavamo a cercare temperature più miti in Toscana, in riva al mare, in primavera in Namibia; in estate, per i grandi appuntamenti, a St Moritz. Ma era sempre bello tornare a casa, vedere la mia gente”. “Si, sono fiero di questa terra, dei miei conterranei. Guardate il terremoto del 2012. Devastante. Ma la gente si è rimboccata le maniche e, praticamente senza aiuti, ha già ricostruito tutto. Ecco, noi siamo solo quello che produciamo, Parmigiano, Lambrusco e motori: gli emiliani sono allegri, ma badano al sodo, credono nel lavoro, si rimboccano le maniche e ci mettono l'anima”.

     

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