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Intervista su Action Magazine

Quattro chiacchiere con Stefano Baldini (di Paola Pignatelli)

Alla vigilia della maratona di Milano, il trionfatore di Atene 2004 ha passato una serata nella sede del Road Runners Club. Per parlare con i soci di maratone e dintorni.

Un applauso infinito. È quello che ha accolto ieri sera Stefano Baldini all'ingresso nella sede della società podistica Road Runners Club di Milano, mentre sullo schermo correvano le immagini che tutti abbiamo negli occhi: quelle di lui che taglia per primo il traguardo alla maratona olimpica di Atene 2004.

Sono passati dieci anni, ma l'emozione è pronta a risvegliarsi. Oggi Stefano è allenatore Fidal, oltre che responsabile nazionale del settore giovanile di atletica leggera, autore di libri e testimonial di aziende come Asics e Enervit. Ma soprattutto è simpatico. E non ha sbagliato Walter Brambilla, uno dei massimi esperti italiani di atletica e già direttore della rivista La corsa, a invitarlo nella sede della maggiore società podistica milanese per un incontro con i soci. L'occasione perfetta per parlare di maratona e dintorni, proprio alla vigilia della 42 km di Milano. Ed è stato Brambilla, da tempo suo amico, a intervistarlo.

Alla maratona tu sei arrivato per gradi, dopo avere corso 5000, 10.000, cross... Come hai capito a un certo punto che eri pronto per il grande passo?

«Merito del mio primo allenatore, Emilio Benati. Lui aveva un azienda di automazioni industriali e il tempo risicato. Ha avuto il coraggio di tirarsi indietro e di affidarmi a Luciano Gigliotti. Un gesto generosissimo. In genere gli allenatori, quando hanno tra le mani un giovane talento, non se lo lasciano scappare. Gigliotti, che allora allenava Bordin, all'inizio non ne voleva sapere. Ma io sono meno rompiballe di Gelindo».

Com'è stato fare la prima maratona?

«Tosto. Gigliotti dopo la mia vittoria sui 10.000 in Coppa Europa aveva dichiarato ai giornalisti: questo vincerà le Olimpiadi. Così mi ha caricato sulle spalle uno zaino pesantissimo. Le prime maratone non mi sono piaciute. Non mi sono divertito. Invece la dimensione del divertimento è fondamentale».

Nel 2001 sei arrivato 3° in maratona ai mondiali di Edmonton; nel 2002 hai fatto il record italiano a Londra. E sempre lo stesso anno, Gigliotti ti ha fatto correre i 10.000 agli Europei di Monaco. Una gara stupenda, che hai perso nella volata arrivando quarto. Perchè questo cambio di campo?

«Non era stato un capriccio. Nelle gare importanti sbagliavo strategia, non riuscivo a tenere testa al cambio secco di ritmo degli africani. Il mio motore aveva bisogno di una “sgasata”. E poi la scelta di Monaco è stata giusta anche per un altro motivo: ormai mi ero fatto la bocca alle medaglie. E a volte c'è bisogno di ridimensionarsi per riprendere a salire».

E a proposito di strategie di gara, come te la sei giocata ad Atene 2004?

«All'inizio avevo i crampi, perchè la gara era piuttosto lenta. Nessuno aveva il coraggio di accelerare. Quando finalmente il ritmo è cambiato, i crampi mi sono passati. Per fortuna non mi sono accorto che il brasiliano Vanderlei Lima (in testa fino a quel momento di una trentina di secondi) era stato spintonato da un disturbatore ed era caduto a terra. Altrimenti questo avrebbe sicuramente disturbato la mia concentrazione. Poi negli ultimi chilometri, quando ho accelerato, ho cercato di non far vedere all'americano Mebrathom Keflezighi che avevo paura. E ce l'avevo davvero: gli Stati Uniti avevano promesso un premio pazzesco all'americano che fosse salito sul gradino più alto del podio. Ma non mi sono mai girato indietro per vedere se mi tallonava. Non volevo dargli l'impressioni che mi preoccupassi e fossi cotto».

E poi c'è stato il dopo-Atene. Cosa vuol dire ricominciare dopo un oro olimpico? Tu avevi 33 anni. Un'età “matura”, che forse ti esentava dai rischi che ha corso invece Alex Schwazer a 23...

«È vero, avevo 33 anni e non sono uscito di testa. Però quando sei più giovane hai tante possibilità in più dopo una vittoria del genere. Un'altra cosa che mi ha protetto dalle “sbandate” è che io ho sempre lavorato in gruppo. Non mi piace la solitudine. Invece Alex si è sempre allenato da solo, per parecchie ore al giorno. E se lavori solo, puoi andare alla deriva. Non si può correre soltanto per dare spiegazioni e risposte sui risultati, alla fine di ogni gara». 

Hai corso con tanti. Qual è l'atleta che hai nel cuore?

«L'etiope Haile Gebrselassie. È stato l'atleta più completo (forse solo un po' debole nel cross) oltre che un uomo molto alla mano».

La tua gara preferita?

«La maratona di Londra. Percorso bellissimo, organizzazione perfetta, pubblico caloroso».

E in Italia?

«In Italia mi piace la Stramilano. Ma le maratone sono troppe. In Inghilterra ne hanno quattro o cinque. Noi arriviamo a 60. Alla fine si gareggia troppo e male. Non a caso oggi nelle competizioni, una volta che è arrivato il gruppo di testa, passa mezz'ora prima di vedere qualcun altro. Manca la fascia di atleti che una volta segnava tempi tra le 2 ore e 20 e le 2 ore e 40. Le grandi città italiane poi non digeriscono gli eventi sportivi. Basta guardare i pannelli che avvertono gli automobilisti qui a Milano. Non dicono “Milanesi, domenica si corre la vostra maratona: andate a fare il tifo”. C'è scritto “Domenica maratona, possibili disagi”».

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