stefanobaldini.net

Intervista su Corriere della Sera

Noi e l'oro: tutti di corsa dietro al campione.

In 14 mila con Stefano Baldini, primo alle Olimpiadi di Atene, in gara alla City Marathon.

Di Fabio Monti

Fra i 14.027 iscritti alla Suissegas Milano Marathon di domani (4.515 maratoneti; 9.512 staffettisti per 2.378 quartetti), c’è anche lui: Stefano Baldini. Anni 43 da compiere il 25 maggio, emiliano di Rubiera, provincia di Reggio Emilia, famiglia numerosissima (11 tra fratelli e sorelle), campione olimpico di maratona ad Atene 2004 (29 agosto), bi-campione europeo (1998 e 2006), due volte bronzo ai Mondiali (2001 e 2003), Baldini ha chiuso con l’agonismo a Barcellona 2010 e oggi è il d.t. dell’Italia dei giovani, di chi «sta imparando a fare atletica, perché è dopo i 19 anni che si comincia a fare sul serio».

La corsa resta la sua vita: si allena (quasi) ogni giorno, perché uno più professionale/ista di lui non si vedeva dai tempi di Mennea e a Milano è arrivato in largo anticipo. Con Baldini, in terza frazione, correranno Linus, in prima, il c.t. del ciclismo Davide Cassani in seconda e Massimiliano Gherardi della Virtus Cesena, che è stato selezionato fra gli ascoltatori di «Deejay Training Center», trasmissione di Radio Deejay, «pensata per chi lo sport lo fa».Giovedì sera, Baldini è stato protagonista di una bellissima serata nella sede del «Road Runners Club» Milano (via Canonica, a 200 metri dall’Arena), il club che «ha la mia stessa età, visto che siamo nati entrambi nel 1971».

Sollecitato dalle domande di Walter Brambilla, la coscienza storica dell’atletica italiana, Baldini ha ripercorso la sua carriera, davanti a un pubblico di maratoneti praticanti, partendo da quando a 14 anni correva già i 10 km su strada («il problema non è iniziare troppo presto, ma spremersi troppo») e dalla sua prima maratona, a Venezia, nel 1995, lui che veniva dalla pista: «Non ero del tutto soddisfatto e non è che l’idea di dedicarmi alla maratona mi rendesse particolarmente felice». Nel tempo, Baldini, che è diventato anche scrittore (tre libri, «ma forse mi fermo qui») e commentatore tv (i Giochi di Londra per Sky), ha deciso che la maratona è «la manifestazione sportiva più democratica».

Per vincere un’Olimpiade, sulla stessa strada di Fidippide (490 a. C.), Baldini ha dovuto abituarsi a correre in allenamento per 8.000 chilometri all’anno, divise in 540 sedute, con 160 giorni lontano da casa: «Avrò anche fatto fatica, ma è stato tutto magnifico, al punto che, se fosse dipeso da me, non avrei mai voluto smettere. Poi devi fare i conti con gli anni che passano ed è per questo che a 39 anni ho deciso di chiudere. Ho dato molto all’atletica, ma l’atletica mi ha dato moltissimo. Devo dire grazie ai miei due allenatori, a Emilio Benati, che mi ha lanciato e che poi mi aveva affidato alle cure di Lucio Gigliotti, il tecnico di Bordin, visto che lui doveva occuparsi della sua azienda».

Con Gigliotti, Baldini è esploso, attraverso un percorso di perfetta simbiosi fra il tecnico che sa e l’atleta che corre per passione, anche se poi lo sport gli ha cambiato la vita. Un’esperienza comune durata quindici anni con continue correzioni, come è giusto che avvenga per chi, come Gigliotti, ha dimostrato di essere un artigiano nel senso rinascimentale del termine, capace di modellare giorno dopo giorno l’atleta di enorme talento, scelto per portarlo in cima al mondo, così come aveva pronosticato nel 1996 al Mondiale di mezza maratona: «Vincerà l’oro della maratona al Giochi del 2000». Gigliotti ha sbagliato di quattro anni, ma non la previsione: «A Sydney avevo una microfrattura al bacino, sulla discesa iniziale mi sono rotto e ho dovuto fermarmi», ma quattro anni dopo ad Atene nessuno è stato in grado di superarlo nell’ultima gara dell’Olimpiade.

Baldini ha vinto molto, ma ha saputo accettare anche le sconfitte: «Ad Atlanta 1996, nei 10.000 olimpici, avevo dato tutto per qualificarmi e in finale, dopo i primi due giri in testa, sono arrivato ultimo. Non ero contento, ma ho capito che nello sport non sempre si può arrivare primi, ma questo non è un dramma se ti sei impegnato al massimo». Ed è un consiglio che Baldini ha voluto dare anche a chi (a qualsiasi età) domani correrà a Milano: «In Italia a chi fa la maratona si chiede sempre: sei stato a New York? E che tempo fai? Io penso invece che sia bello correre perché correre è bello, fa bene alla salute e allo spirito, regala magnifiche sensazioni, anche nei momenti in cui si soffre.

In giro per il mondo, c’è tanta gente che corre ovunque e in serenità, soltanto per divertirsi. In Italia si pensa solo all’agonismo, all’ossessione del tempo e non va bene». 
Così si è persa un’intera generazione di maratoneti di alto livello, tanto che domani il favorito per il titolo italiano è Danilo Goffi, che di anni ne ha 41 e mezzo e vinceva l’argento, alle spalle di Baldini, all’Europeo 1998: «Beato lui».(milano.corriere.it)

    Aggiungi un commento...

     

    Archivio Articoli