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Intervista su Runner's World di gennaio, parte 2

Tutto nuovo. Fin dal Verrazzano Narrows Bridge, il posto magico dove tutto origine. Anche quello, per molti versi una novità. “Stavolta ero in griglia come tutti gli altri, anche se ero nel gruppo blu, quello dei primi 1000. Ho capito cosa vuol dire aspettare un'ora e mezza prima del via e ho dovuto anche trovare un posto per fare pipì...Mi sono guardato tutti i preparativi, ho visto partire le donne, gli atleti disabili, poi i top runners che arrivano sempre cinque minuti prima del via. Come guardare un film, vedere “da fuori” quella che è stata la tua vita fino a pochi anni prima. Il bello della normalità. In gara, poi, ho riscoperto antiche sensazioni e anche capacità che evidentemente non sono ancora andate perdute perché non si cancellano del tutto con 3, 4 anni di inattività. Cose come la gestione delle salite e del percorso, o quella degli ultimi chilometri quando la benzina finisce. Ecco, certe sensazioni sono ancora lì, sottopelle, anche se so che un po' alla volta se ne andranno”. Non succederà per quella voglia di continuare a mettere uno dietro l'altro passi di corsa. Solo che sarà tutto più easy, dall'approccio all'arrivo sul traguardo. Più in sintonia con quel mondo amatoriale che Stefano non ha mai rinnegato né dimenticato. “Vengo da lì in fondo. Dalle gare su strada con i miei fratelli e sono sempre stato uno che accorcia le distanze piuttosto che allungarle. Mi piace il contatto con la gente e sento ancora l'affetto del popolo dei runners, anzi devo dire che per certi versi è più forte adesso. E vedere che le persone continuano a cercarmi, negli anni mi stupisce e mi piace, è una soddisfazione impagabile. Mi piace stare in mezzo ai corridori, ai maratoneti, gente normale che quasi sempre storie speciali da raccontarti. Rispondo volentieri alle domande anche se spesso, per forza di cose, le ho già sentite. Questo è un mondo in evoluzione e c'è sempre da imparare. Io voglio restarci dentro, mi do da fare per questo. Anche correre a New York e farlo in quel modo è stato un passo di questo percorso. Un passo da maratoneta anche se non è più quello di Atene. O forse sì; è sempre Stefano, ha soltanto ritmi più normali.

Un citì giovane per i giovani. Oggi Stefano Baldini è Direttore Tecnico del settore giovanile della nazionale italiana di atletica. Un impegno importante, che non riguarda semplicemente il mondo della cosa da cui proviene. C'è da seguire e possibilmente far crescere tutto movimento. “Tutti i ragazzi, e in tutte le specialità, fino ai 19 anni – dice; questo mi ha messo di fronte a un corso accelerato di aggiornamento: in 12 mesi ho imparato tanto e avuto belle soddisfazioni”. La stessa chiamata, il fatto che in Fidal si sia deciso di puntare su di lui per preparare il futuro della nostra atletica è una gratificazione. “Devo essere un addetto ai lavori nel vero senso della parola. Mi sono inserito in un settore che già funziona molto bene e devo alimentarlo gettando benzina sul fuoco delle motivazioni, tenendo bene a mente il focus, che è quello di formare i campioni di domani. L'obiettivo non è tanto il risultato di oggi ma tutto quello che a questi ragazzi possiamo insegnare. Dovranno essere pronti quando usciranno dal settore giovanile”. E questa è la vera sfida, in un movimento sportivo che proprio negli anni delicati del passaggio all'età adulta perde molti pezzi per strada non solo dell'atletica. “Il mondo è cambiato - continua Stefano - questi giovani hanno possibilità che noi ci sognavamo. Oggi le occasioni per loro si sono moltiplicate, nel bene e nel male. Diciamo che si fa più fatica a far fare loro fatica, ma è nostro compito dobbiamo essere bravi nello stimolarli. La realtà è che il messaggio che passa ai giorni nostri è categorico: o vinci o sei un coglione. Io voglio atleti che siano importanti anche quando non vincono. Che vengano al campo perché si divertono, perché sanno fare gruppo, perché magari domani diventeranno grandi tecnici, o genitori che porteranno i loro figli al campo, o bravi dirigenti. Lavoro per questo, stando molto attento perché so che quando dico qualcosa, quella ha un suo suo peso. Serve anche un po' di leggerezza per lavorare insieme e fare le cose al meglio. Sento che questa mia responsabilità è nata due secondi dopo che ho tagliato il traguardo di Atene. Li è cambiata la mia vita, e in qualche modo devo farci i conti sempre.

Il piacere di correre. “Non seguo programmi. Non più. Mi alleno 4/5 volte alla settimana, corro dai 10 ai 15 km, sempre in progressione. Sono diventato un fanatico dei progressivi”. E' il nuovo Stefano Baldini, quello che corre la New York City Marathon tra gli amatori evoluti, che non porta più con sé il cronometro, pur ammettendo che “qualcosa del passato c'è ancora, corro sempre sul piede dei 4' a km, e arrivo ancora a 3'30” senza faticare troppo” Però niente tabelle, tempi da rispettare, e se gli impegni di lavoro sono tanti o pesanti, si può anche rallentare il ritmo. “Ci sono stati periodi da un allenamento settimana, altri in cui riuscivo a fare una sgambata tutti i giorni. Non importa, non è un assillo. So che dovrei cercare di modulare gli allenamenti e che con gli anni la mia velocità di base peggiorerà inesorabilmente. Fa niente, a me va bene così, quel che ho dato ho dato. La verità è che a me piace correre anche soltanto per star bene, per poter mangiare di gusto, per stare in forma. E mi diverto come un ragazzino”.(Marco Tarozzi)

     

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