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Intervista su Runner's World di gennaio, parte 1

La seconda vita di Stefano Baldini

Un campione è sempre tale. Stefano Baldini un po' di più, con il suo alto profilo umano, il sorriso cordiale, la forza dell'esempio, specie per i giovani. Oggi corre più piano, ma forse con maggior passione, come testimonia racconto della sua New York 2013.

di Marco Tarozzi

Adesso è un'altra cosa, e lo sapevi. Magari ti rivedi ragazzino ai tempi in cui tuoi fratelli ti portavano correre sulle strade del reggiano o appena più grande quando dovevi viaggiare fino a Bologna per trovare magiche notti estive della pista in cui confrontati con atleti già adulti, perché quelli della tua età non tenevano il passo. Adesso che sei quello di Atene 2004 e tanto altro ancora hai completato il giro di giostra e ti ritrovi nel gruppo, felice di esserci perché NYCM, insomma la maratona di New York, nell'immaginario collettivo resta la grande festa della gente carica di contenuti, di volti, di storia e perché quello che conta è il piacere della corsa che non è mai venuto meno nemmeno quando eri più forte di tutti. Stefano Baldini, un mese e un po' dopo ritorno a New York. Da amatore, o se preferite da atleta che ha chiuso un cerchio, ma nel cui fisico riaffiorano ancora i segni del talento, quando vengono stimolati. E' stata un'altra storia naturalmente. Vissuta e vista da una nuova angolazione. E allora, dopo averla assimilata, respirata fino in fondo arriva la voglia di raccontarla. “L'idea di correre di nuovo per 42 km parte da lontano: come si sa dovevo farlo sempre a New York nel 1012. Ero la a fare assistenza per l'agenzia Born2run e avevo preparato tutto. L'idea era quella di raccogliere fondi per il Comune di Reggiolo, che nella provincia di Reggio Emilia è stato il più colpito dal terremoto dello scorso anno. Poi è successo che un altro tragico evento naturale ha costretto gli organizzatori a una scelta dolorosa e necessaria. Incroci strani e crudeli nel destino. Senza maratona, siamo comunque riusciti a raccogliere 8.500 euro, che ho personalmente consigliato sindaco di Reggiolo la scorsa primavera.” Nel frattempo sono successe tante cose. Per esempio che Stefano, uno che si impegna sempre al massimo in quello che fa, si è immerso nel suo nuovo incarico di Direttore Tecnico del settore giovanile della Fidal. Continuando a portare in giro il verbo della corsa. Paradossalmente con molto meno tempo da dedicare alla sua, di corsa. “La realtà è che adesso faccio altro, e se prima la giornata girava tutto intorno all'atletica, ora è l'allenamento, quando riesco a farlo, ad esser subordinato a tutto il resto. Fortunatamente, aggiungo. C'è un tempo per ogni cosa. Per fare l'agonista a tempo pieno, ma a un certo punto anche semplicemente per muoversi, essere reattivi e più possibile brillanti. Quest'anno non avevo avuto abbastanza tempo preparare un evento benefico ad hoc per New York e a dirla tutta nemmeno per correre: a luglio sono riuscito ad allenarmi quattro volte in 30 giorni. Insomma, proprio non c'era l'idea di andare oltreoceano, come un anno fa, ma a settembre ho ritrovato un po' di condizione e ho deciso di farlo comunque. In modo molto più estemporaneo”.

Senza dimenticare l'impegno sociale ,che anzi è stata la molla per caricare un atleta che non frequentava più da tempo le strade di maratona. Le sue strade. “Ho deciso di concentrare l'attenzione su Actionaid, ONLUS che si occupa di adozione a distanza con la quale collaboro ormai da tre anni, e questo mi ha dato la motivazione giusta. Ma la preparazione è stata ben diversa da quella di un tempo. I miei lunghi? Ho corso due volte una ventina di km e una volta 23, tutto qui. Ma poi in gara ho trovato un gruppo che viaggiava appena sopra i 4 minuti al chilometro e mi ci sono trovato alla perfezione. Sono anche riuscito ad aumentare il ritmo strada facendo. Li ho persi di vista al Queensboro Bridge, poi sulla First Avenue tutto mi sembrava bellissimo, allora ho cominciato a vedere il traguardo che si avvicinava e sentirmi in sicurezza. Bella sensazione, che non provavo da tanto. Del resto per i primi 10 km non ha fatto altro che vedere gente che mi superava, ma dal 10º in poi mi sonorifatto con gli interessi. Dico davvero, me la sono proprio goduta questa maratona di New York. E l'ho anche finita in 2h43'41”, non male per uno che è fuori da tanto tempo”. Lo dice aprendo un sorriso di quelli che spiegano più delle parole. E' vero, Stefano Baldini è ancora innamorato della corsa. E' proprio la stessa passione che aveva da ragazzino e non l'ha persa nemmeno quando il divertimento è diventato mestiere e bisognava sbattersi per restare ad alta quota. “Vero, da questo punto di vista le cose non sono cambiate. La corsa è rimasta un piacere proprio come quando la praticavo ad alto livello. Ora non uso più il cronometro, esco di casa faccio soltanto lavori in progressione . Ho una visione diversa delle cose: mi piace godermi il percorso, mi diverte scoprire il mondo che c'è oltre gli allenamenti, capire che è diverso, nuovo. Non preferisco questa condizione a quella di prima. Allenarmi per essere un top runner è più stimolante, per me. Non lo preferiscono ma lo accetto e comunque era un'esperienza da fare anche questa, mi mancava. Così come sono orgoglioso di impegnarmi in progetti di solidarietà: tutto quello che ho fatto negli ultimi tre anni ha sempre avuto uno scopo benefico”. La Grande Mela si è lasciata scoprire, questa volta. Negli angoli, nei dettagli. Stefano l'ha respirata fino in fondo, felice con un ragazzino. Facendo cose che non aveva mai fatto prima. Cose semplici eppure nuove per lui. Tipo dare il cinque alla gente che aspetta i bordi della strada. Normale no? Eppure ve lo immaginate un top runner che si mette a dare il cinque a tutti? Non si fa, e si perde un momento chiave di quella maratona: l'empatia che si crea tra Runners e pubblico. Beh, finalmente l'ho provata anch'io, quella sensazione. E poi sono riuscito...ad ascoltare la musica. Fa sorridere la cosa? Eppure uno che corre per la vittoria è talmente concentrato che tutte quelle band grandi e piccole, coloratissime, non le nota neppure. Questa volta per me è stato un concerto di due ore e 40 minuti, qualcosa di fantastico.

     

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