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Oggi intervista di Stefano su "La Stampa"

Baldini: "Studio la tattica per Pechino davanti alla tv"

E' il grande assente ai Mondiali

GIULIA ZONCA, INVIATA A OSAKA

Il videoregistratore di Livigno è programmato, i campionati del mondo di atletica iniziano con la maratona, ma Stefano Baldini stavolta non ci sarà e non si sveglierà di notte a guardare i 42 chilometri. Li studierà, con calma, al rientro dagli allenamenti. Sta cercando di rimettersi in sesto. Dal ‘95 si è perso un solo Mondiale, nel ‘99, a Siviglia, per infortunio. Non ne ha mai vinto uno e ormai è probabile che chiuda la carriera senza questo titolo. Ha deciso di saltare un giro «è stata una stagione anomala, andamenti alterni, io sono abituato alla costanza. Non andava». Resta in Italia e prova «ad allungare perché vorrei fare una maratona prima che finisca la stagione. Per adesso l’unica certezza è la mezza di Lisbona, il 16 settembre. Per me, questi 12 mesi che portano a Pechino devono essere perfetti. È così che si costruisce un sogno».

Già con la testa in Cina?
«Non potrebbe essere diverso, è un appuntamento che va costruito e a 36 anni ci si deve amministrare. Poi la cerimonia dell’8 agosto, a un anno dalle Olimpiadi, ha sollevato l’attenzione generale».

E lei che ha pensato?
«Che in strada quell’aria schifosa me la respiro io e che certo in una città più piccola questo problema non lo avremmo avuto. È bene che se ne parli, che loro stiano sotto pressione per risolvere al meglio».

Non è il solo problema che è stato sollevato.
«Sì, ma la questione dei diritti umani c’era dieci anni fa e dieci anni prima ancora, in ogni città scelta ci sono anomalie e guai che saltano fuori. Far arrivare una ventata di civiltà in un posto che sembra averne bisogno non può fare che bene».

Ora che gli azzurri sono partiti non sente un po’ di nostalgia?
«Sono sincero, se i Mondiali non fossero stati a Osaka, ora starei a struggermi, ma il viaggio, il clima e le mie condizioni fisiche... sarebbe stato un errore di gestione. Sono curioso, sarà una maratona che guarderò un po’ da ragioniere, è la gara fotocopia di Pechino. Orari, temperature, niente lepri. Si può capire se salta fuori qualche rivale nuovo e che tattica scelgono».

A 36 gradi forse non avranno molte tattiche a disposizione.
«Invece no, qualcuno che si butta fuori senza paura ci sarà. Dieci anni fa sarebbe stata una corsa regolare, ora tocca sempre uscire allo scoperto perché c’è uno che prende coraggio e spara tutto. Come Vanderlei de Lima ad Atene».

L’Italia ha un solo atleta in questa gara, Migidio Bourifa che per di più ha 38 anni.
«E che vi aspettavate? Ci manca una generazione. Stavolta è stato un insieme di sfortune, però dopo Pechino è il vuoto. A Londra 2012 non so con chi ci andremo. Noi abbiamo dato tanto e raccolto molti risultati, anche più del celebrato gruppo degli Anni Ottanta. Abbiamo fatto da traino, ma per chi ancora è troppo piccolo. Dai 25 ai 30 è il deserto».

Segue i maratoneti del futuro?
«Adoro farlo e vi assicuro che ci sono nomi buoni. Ragazzini che ora prendono le loro sberle in pista e coltivano caratteristiche da strada, basta che poi, quando saranno maturi, non si dica che la maratona ruba gli atleti al mezzofondo. Sono anni che non lavoriamo più sulle lunghe distanze».

Ha sentito qualche azzurro prima della partenza per Osaka?
«Mi sono isolato. Pensavo di seguirli come accompagnatore e dare una mano a quelli che hanno poca esperienza, poi ho fatto una scelta egoistica. Devo pensare a Pechino, andare fin là mi avrebbe spezzato il ritmo».

Gli italiani in Giappone dicono di sentirsi più combattivi, lei come li vede?
«Sempre combattivi prima. No, ci sono ottimi elementi e in effetti riconosco un certo carattere. Dico solo: attenti i Mondiali sono duri, non ci vuole niente a farsi tagliare le gambe. È adesso che devono dimostrare quanto valgono. Io, per una volta, sto a guardare».

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