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La più bella foto di Giancarlo Colombo

Chi non lo conosce? E' il fotografo d'atletica più bravo d'Italia, impossibile non incontrarlo durante le più importanti manifestazioni in pista, su strada o di cross. Lavora da sempre per Omega Fotocronache e sulla rivista ufficiale della Fidal confida che...

Benvenuti nel colorato mondo di Giancarlo, Enza e Chiara. Potrebbe essere questo il messaggio appeso alla porta d’ingresso di casa Colombo, classe ’59, di professione fotoreporter del variopinto mondo dello sport per la Omega ma con un passato da “compositore” di colori per vernici. «E’ stato il mio primo lavoro, presso una carrozzeria tra le più famose d’Italia. Passavo le giornate col camice bianco a studiare le gradazioni più giuste per riverniciare Ferrari, Jaguar, Mercedes. Per il principale ero molto bravo e lo stipendio era di un milione e mezzo di vecchie lire. E parliamo di trent’anni fa».
Stima del datore di lavoro e soldi in tasca (e in banca) però non bastano se dentro ti brucia una passione troppo forte, un incendio indomabile. «Avevo due passioni – ricorda Colombo – l’atletica leggera e la fotografia. La prima mi ha visto provare nel fondo e nel mezzofondo. All’attivo ho tre 100 chilometri: due del Passatore (e la seconda, che valeva per il campionato del mondo, l’ho chiusa intorno alle 9 ore) e una della Brianza. Io sono di Lentate sul Seveso, dalle parti di Meda e, quindi, di Alberto Cova. Lo vedevo da lontano quando uscivo per i campi ad allenarmi ma non l’ho mai preso… se non più tardi con l’obbiettivo. La seconda passione è appunto quella delle foto: mi spinse Enza, all’epoca mia fidanzata e oggi mia moglie, a mollare l’impiego sicuro pur di realizzarmi. Sarà stato il ’77 o il ’78 quando m’iscrissi al corso “Il Castello”, all’epoca tra i più prestigiosi. Non lasciai subito l’officina, frequentavo il turno serale». Nel frattempo, infatti, l’atletica “attiva” aveva conosciuto un epilogo forzato: «Avevo un callo osseo ai piedi che non mi lasciò speranze. Comunque posso dire di aver gareggiato per la Snia Milano e, durante il servizio militare svolto con il gruppo sportivo dell’Esercito, con la Libertas Udine degli Ortis e degli Erba a cui ho fatto da “lepre”». Dicevamo del primo approccio professionale con la fotografia: «Ho cominciato andando a fotografare il sabato e la domenica le partite dei campionati minori sui campi di provincia. Poi l’Omega di Vito Liverani, per me un vero e proprio mito, cercava un “garzone”. A quel punto non esitai un attimo e mollai l’of- ficina e il milione e mezzo per le trecentomila dell’Omega. Uno di quei casi in cui i soldi non danno la felicità. Passavo le giornate allo sviluppo in camera oscura (che oggi non c’è più) per imparare il mestiere, capire qual è la Foto. Tornavo a casa stanco ma felice. Le mie prime macchine? Una Pentax Me Super, che conservo ancora e, dopo l’ingresso in Omega, sempre e solo Canon». Il primo servizio importante che affiora alla memoria di Giancarlo Colombo non è però legato ad un avvenimento sportivo. Anzi, la gioiosità e la vitalità dello sport quel giorno erano distanti anni luce. «Era il 1985. Ero a una convection, vestito di tutto punto in giacca, cravatta e scarpe eleganti. L’Omega mi chiama dicendomi di andare nella Val di Stava: i bacini di decantazione della miniera di Prestavel ruppero gli argini scaricando centinaia di migliaia di metri cubi di fango su Stava, seppellendo il paese. Una tragedia simile a quella della diga del Vajont, seppur fortunatamente più leggera nel conto dei morti. Saltai sulla macchina di un collega e, vestito com’ero, mi ritrovai all’inferno: mi aggrappai al volo su una jeep dei pompieri che si recava sul luogo esatto del disastro e fui il primo a fotografare l’orrore e la disperazione». Per un “malato” di atletica come Colombo fu paradossalmente più difficile calarsi nella parte del reporter in occasione del suo esordio a bordo pista: «Avvenne ai Mondiali di Helsinki dell’83 ancora da “garzone”: mi feci coinvolgere dalle gare. Andò meglio a Tokyo nel ‘91, il mio primo Mondiale da “titolare”. Già avevo la mentalità da professionista che ti consente di “cercare” l’attimo della vittoria. E ce ne furono da cogliere: ricordo il record del mondo nei 100 di Carl Lewis (9.86, ndr) e poi la sua sfida entusiasmante nel salto in lungo con Mike Powell vinta da quest’ultimo con un altro record del mondo (8.95, ndr)». E qui si esce dal cuore pulsante sangue e emozioni e si entra nel cuore fatto un tempo di lenti e di pellicola e, oggi, di lenti e microchip. E’ il cuore della professione: essere l’occhio che immortala l’evento e lo tramanda a chi c’era, a chi non c’era e a chi ci sarà. «La foto più bella che ritengo di aver scattato è quella di Stefano Baldini che taglia il traguardo della Maratona Olimpica di Atene – spiega Colombo – E’ al primo posto per una questione affettiva: Stefano è mio amico. E proprio qui sta il punto: dopo essere corso ad abbracciare il suo allenatore, Baldini voleva fare altrettanto con me. Umanamente mi vergogno di averlo respinto, di avergli detto: “Stai a due metri dall’obbiettivo!”. Ma era mio dovere rendere immortale quel momento, dovevo fotografaratletica e Baldini voleva abbracciarmi, un po’ mi vergogno di averlo dicendogli: stai a due metri dall’obbiettivo! lo non potevo abbracciarlo. Ed era anche il suo dovere quello di farsi riprendere per lasciare alla storia quell’istante. Solo dopo ci siamo abbracciati». Giancarlo garantisce che riuscire a non farsi coinvolgere non è facile come può sembrare: «Un altro episodio è quello, recente, degli Euroindoor di Birmingham. Andrew Howe aveva fallito i primi tre salti. Era ferito, inferocito. Cercava in tribuna lo sguardo e le parole amiche della mamma allenatrice e, in pista, lo sguardo amico del sottoscritto. Io gliel’ho dovuto negare, ho abbassato lo sguardo concentrandomi sul mirino della macchina. Non potevo rischiare di farmi “ipnotizzare”. Se fossi andato “via di zucca” non avrei fatto il quarto salto e l’incontenibile esultanza di Andrew. Chi va in campo da “tifoso” non riesce a fare un buon lavoro». Giancarlo in campo si trasforma in un freddo cacciatore di istanti capaci di raccontare l’evento: «Cerco d’imprigionare nella macchina l’agonismo, lo schizzo di sudore, lo sguardo dell’atleta. Sono immagini d’impatto. Difficilmente da me vedrai una gara in panoramica. A meno che “la foto” non sia ciò che avviene sullo sfondo». Trent’anni trascorsi a fotografare significa aver attraversato il guado che ha portato il mondo dall’analogico (la pellicola) al digitale. Non c’è più la camera oscura, l’apertura del pacco dove ci si rendeva conto di aver vinto il montepremi o aver preso una fregatura. Oggi il mini-video a cristalli liquidi dice subito al fotografo se il bersaglio è stato centrato e, soprattutto, gli consente di lavorare in tempo reale. «Ho un rapporto controverso col digitale – rivela Colombo – Non posso negare le agevolazioni: ormai dopo un minuto si può trasmettere la foto del record al sito Internet e al giornale, mentre prima servivano ore. Però da un punto di vista professionale le macchine digitali possono illudere un “panettiere” di essere un buon fotografo. E’ un discorso semplice e complicato allo stesso tempo: un dilettante, pur buttando una marea di scatti, ora può riuscire a portare a casa una bella foto. Però la professionalità torna in ballo quando parliamo di freddezza: il “panettiere” spara trenta scatti quando ne basterebbero un paio o rischia di concentrarsi sulla bellezza mozzafiato scovata in tribuna mentre in pista o in pedana sta succedendo l’Evento. Oppure capita, come è successo a me, di dover spingere via il fotografo dilettante per evitare che venga colpito da una “martellata”. Io ovviamente non ho nulla di personale contro il “panettiere” che s’improvvisa fotografo. Ma quando si è in campo bisogna conoscere ciò che stai fotografando, bisogna conoscere il mestiere». Discorso molto più valido perché parliamo di atletica leggera e non, ad esempio, di calcio dove male che va si può sbagliare la porta dietro la quale andarsi a sedere. «Fotografare l’atletica significa avere 400 metri dove correre per cercare l’evento giusto: non ti succede tutto sotto il naso. Questa è la sua bellezza: devi avere il coraggio di scegliere, ma puoi “costruirti” le immagini. E’ faticoso, ma ripaga: la IAAF si fida di me e con due amici, l’americano Victor Sailer e il
giapponese Jiro Mochizuki, due cittadini del mondo come me. Gente che sta fuori casa anche 200 giorni l’anno. Sono due mie “emanazioni” abbiamo aperto il mercato in Usa e Asia. Miscelando le tre culture diverse di fare le fotografie stiamo riscontrando buoni risultati». Un po’ come quando in camice bianco miscelava le vernici colorate. Nella vita, in fondo, tutto torna.


Stefano Baldini diventa
"dio di Maratona" ad Atene 2004:
è lo scatto a cui Colombo tiene di più.

  • Véro

    Inserito alle 2007-06-28 08:43:22

    Quel giorno abbracciò la terra
    intera e fu elevato su una nube.
    Lo scatto è perfetto !

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  • CV TRANSLATION

    Inserito alle 2017-03-21 16:49:12

    This high-speed train travels at the speed of 350 kph
    from Madrid to Barcelona. Top Spain City Breaks Barcelona, Madrid,
    Valencia, Palma de Mallorca, Ibiza Town, Seville, Granada, C.
    If you do get stuck in the queue, the path vendor opposite sells beer.

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