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La corsa negli occhi di Stefano su Ventiquattro

Sul mensile Ventiquattro del "Il Sole 24 ore", nel numero di giugno, una bell'intervista a Stefano Baldini.

Per mestiere Stefano Baldini corre: ha vinto la maratona delle Olimpiadi di Atene nel 2004, quella dei Campionati europei di Goteborg nel 2006, e molte altre. Correre significa anche viaggiare, vedere il mondo…

Mi sento fortunato: faccio l’atleta come sognavo da bambino e, per lavoro, giro il mondo, ho la possibilità di conoscere popoli, usanza, lingue. Oltre alle giornate di gara, per allenarmi al meglio trascorro gran parte dell’anno lontano da Rubiera (Reggio Emilia), dove vivo. Andiamo alla ricerca di climi ideali per la preparazione, di altipiani dove c’è poco ossigeno e l’allenamento rende di più: d’inverno scegliamo Sud Africa e Namibia, mentre d’estate sono perfetti New Mexico, Colorado e Arizona.

Dove si trova meglio?

In Africa provo sempre un grande senso di libertà, i chilometri passano più velocemente, i colori rendono più sopportabile anche la fatica dei 220-250 chilometri di allenamento settimanale. Negli Stati Uniti mi colpisce la grandezza di tutto: è una vastità organizzata, città, parchi immensi, in cui mi sento un puntino che corre, vive, si emoziona.

Riesce a gustare fino in fondo la bellezza di questi luoghi anche se la sua testa, il suo fisico sono concentrati sull’allenamento?

Certamente no, viaggiare da atleti non è un viaggiare vero. Per vivere appieno la natura e le terre nuove bisogna avere del tempo, che durante gli allenamenti non c’è mai. Per questo vorrei girare la Namibia su una jeep, fare 300 km al giorno, fermarmi, rivedere l’Etosha National Park; oppure sogno il periplo di tutta l’Australia, con calma, senza fretta, immerso nel silenzio.

Rispetto agli orizzonti aperti dell’Africa e dell’Australia non la soffocano le metropoli?

Per nulla, le città sono il mio stadio. E, durante le maratone, anche le metropoli – ricordo in particolare la sensazione provata a New York – prendono un volto umano, nessuna auto in giro, solo persone felici di possedere le città e soprattutto la certezza che giornate così possono abbattere anche l’inquinamento.

Quanto conta il corpo nelle maratone?

Gambe e testa si dividono equamente il successo. Ogni anno corro tra gli otto e i novemila chilometri per preparare una dozzina di che gare che affronto ogni dodici mesi. Se le gambe non girano non si vince, ma se la testa non è concentrata, non sa dosare la fatica e non si vince. Correre ti fa conoscere appieno il corpo, riesci a carpirne anche i segnali più flebili, e solo sapendoli leggere, interpretare si può cambiare la strategia di gara, modo di allenamento. Dopo vent’anni di attività, credo di conoscere il mio corpo come niente d’altro al mondo.

Quando le forze vengono meno, dove si trova l’energia per andare avanti?

Penso alle persone che mi sono care. La corsa è uno sport apparentemente individuale. Chilometro dopo chilometro io non mi sento mai solo: corro per me, per la mia famiglia, per l’Italia, per le persone che hanno seguito la mia preparazione. Stringo i denti perché non voglio che il sudore di centinaia di chilometri vada in fumo. E’ il dispiacere più grande quando succede.

Ha vinto la maratona che tutti sognano, quella di Atene, per la quale qualcuno l’ha ribattezzata “dio di maratona”. Ha ancora sogni?

Tutte le maratone vinte ( cinque sulle 23 corse ndr.) hanno un loro intenso profumo, quella di Atene ha anche un’aura di storia che non tornerà mai più. Coltivo ancora un sogno: vincere la gara alle Olimpiadi di Pechino, perché nessun atleta ha mai vinto due maratone di seguito ai giochi e soprattutto perché mia figlia Alessia avrà sette anni e potrebbe davvero ricordarsi di un papà forte e vittorioso. Per lei Atene è solo una nebulosa di vittoria.

(nota di staff: in realtà sia Bikila che Cierpinski hanno bissato l’oro ai giochi sui 42 km)

   

  • Véro

    Inserito alle 2007-06-19 08:17:16

    Spero di leggere un giorno il "Diario di un corridore dei grandi spazi" ! :-)

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