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Fidal fa gli auguri a Lucio Gigliotti

Giorgio Cimbrico,fidal.it

Quel giorno, l’antivigilia della maratona di Atene, Lucio toccava legno, ferro e si ficcava a fondo le mani nelle tasche dei calzoni. “Insomma, Stefano ha già vinto”, gli premevano attorno quelli che, lasciato il Villaggio, sarebbero andati a scrivere le loro corrispondenze, e lui, a parte i gesti scaramantici, non sapeva cosa dire dopo aver constatato con quanta sicurezza il suo ragazzo stava avvicinandosi all’appuntamento. Lo conosceva bene e sapeva che l‘ambizione assoluta, unita allo strazio di quei mesi dolorosi, avevano trasformato Stefano in un’arma, in un congegno perfetto.

Ma Lucio sapeva anche che la maratona è una lunga strada ventosa, come cantavano i Beatles, anche quando non spira un alito di brezza e è sufficiente un nulla perché si alzino irati flutti e la tempesta travolga, sconvolga i piani, tramortisca le strategie. E due giorni dopo, nella notte ateniese che era calata profonda, lasciando solo due macchie di luce potente e livida, al Panathenaiko e laggiù, a Maroussi, allo stadio olimpico, dove mancava solo una premiazione prima che iniziasse il valzer degli addii, Lucio e Stefano Baldini ebbero il tempo breve di un viaggio in auto più per guardarsi nel fondo degli occhi – che, si sa, sono lo specchio dell’anima – che per commentare con parole inutili ciò che stato fatto. Ciò che insieme avevano fatto. Stefano era campione olimpico, Lucio bicampione. Gigliotti di Seul, Gigliotti di Atene, lo avrebbero chiamato al tempo della regina Vittoria, quando un nome veniva accostato al luogo della sua impresa: Gordon di Khartoum, Allenby di Gerusalemme, Lawrence d’Arabia.

 

Dieci anni, quasi, da quelle ore di caldo forte e di razionalità fredda. Ottanta giusti e spaccati dalla venuta al mondo di Luciano Gigliotti, che le vicende della storia hanno recapitato  a Modena da Aurisina, una terra contesa, una linea di confine, un tratto di Cortina di Ferro affacciato sul’Adriatico. Lucio è il Mister Chips della nostra atletica: un professore che detiene una cattedra da un numero infinito di anni, che ha avuto una schiera altrettanto infinita di allievi che hanno finito per trasformarsi in figli, che può esibire una collezione con pochi eguali. Al mondo. Perché prima di Stefano cavaliere elettrico c’era stato il ghigno diabolico e faunesco di Gelindo Bordin quando Saleh il dijbutiano venne raggiunto e sorpassato e in quel momento, come ad Atene sedici anni dopo, tutto stava per compiersi. Toccava a un allenatore emiliano conquistare quel che a un emiliano, ottant’anni prima, era stato negato. Ad Atene avrebbe fatto anche meglio: Stefano ha radici che possono incrociare quelle di Dorando Pietri.

Prima e durante c’erano state molte altre cose: l’amicizia con un altro Luciano (battuta terribilmente scontata: Pavarotti deve avergli insegnato l‘arte dell’acuto), la scoperta e l’amore profondo per il rugby (non è la prima volta che siamo piacevolmente costretti a sottolineare la contiguità dell’ellisse della pista con l’ovale), i suoi esordi da quattrocentista-ottocentista, il suo calarsi, in età ancora fresca nel ruolo del tecnico. E i nomi che vengono in mente sono i soliti noti: Renzo Finelli, Pippo Cindolo. Sandro Lambruschini (che, dopo essersi lasciato alle spalle molte siepi, ha tagliato il traguardo che l’ha portato ad entrare nella famiglia del suo mentore), Maria Guida che, con quel perfetto giorno monacense di dodici anni fa , è ancora padrona del record dei campionati europei.

Quando arrivano queste ricorrenze così tonde, così importanti, la tentazione è sempre quella di domandare al festeggiato quale sia stato il giorno più bello, l’atleta più amato/amata. La domanda possiamo fornirla noi: da amare c’è Luciano Gigliotti, due volte campione olimpico di maratona. Accanto a Gelindo e Stefano c’era lui, il più luminoso degli uomini-ombra.

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